I fichi

Raccolti con l’autorizzazione del contadino.
Un intero albero, stracolmo di piccoli fichi verdi.
“Ve li potete raccogliere, o ve li mangiate voi o se li mangeranno gli uccelli”
“Non sono frutta alla moda, a casa non se li mangia nessuno”.
Non piove da settimane e lui non sprecherebbe acqua per quell’albero fuori moda.
Come non ha sprecato tempo, per “alleggerirlo” dal carico di frutti. Così ce ne sarebbero stati in minore quantità e più grossi.
Invece, sono piccoli. E la mancanza d’acqua li ha fatti diventare più dolci.
Sulla varietà dei fichi in questione si è aperta una guerra tra il contadino e mio padre. Il primo dice che sono “fichi iuri”, il secondo afferma (e mia madre conferma) che sono “fichi ottavi“.
Possono avere la polpa rossa e sono meno pregiati di quelli a polpa bianca. Così dicono.
A me piace il sapore forte di quelli rossi.
Ne ho raccolti abbastanza, per farne anche vin cotto. Sarà un pò scuro, al contrario di quello ottenuto con quelli bianchi. Colore dell’ambra.
E la polemica continua.
Troppo piccoli, per farli seccare, spaccati al sole. Per preparare “I chiaconi”.
Mia nonna era bravissima a farli. Li spaccava, con precisione, e li poggiava sui graticci di legno. Nascosti da un velo leggero, per la polvere e gli insetti.
Una volta secchi, li lavava velocemente e delicatamente. In ognuna (mia nonna usava il femminile, perchè la frutta è di genere femminile) metteva una mandorla abbrustolita (due, per la sorpresa) e la buccia del limone, tagliata a pezzettini. Richiuse, poggiate sulla teglia e portate al forno. Mia nonna, riusciva a portarla in testa, io sotto il braccio. Una rapida cottura, per brunire la superficie, e poi venivano conservate in piccoli orci di terracotta: uno strato di “chiaconi” e uno di foglie di alloro, chiusi con un telo di mussola, messi in un luogo fresco.
Si mangiavano in inverno.
Per fare il vin cotto, invece, devo aspettare che “appassiscano“. Vanno spaccati in quattro, coperti d’acqua e fatti cuocere, sino a quando si trasformano in “pappetta“. La poltiglia, ancora calda, va versata in un canovaccio e strizzata sino a far uscire tutto il liquido possibile.
Questo va rimesso a bollire per due tre ore, sino ad ottenere un filante, liquido bruno.
All’Immacolata lo si utilizza per versarlo sulle “pettole“ a Natale per le “cartellate“. Impastandolo con la farina e le noci, si ottengono i “sasanelli” .
Se nevica, si versa, per addolcire la granita di neve.
A parole tue