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Verrà maggio

Georges Seurat
[la foto, dipinto "Contadina seduta in un prato", di Georges Seurat è stata presa da Wikipedia]

Il Cardinale Ruini è tornato a parlare, ad otto e 1/2, della L.n.194, “una legge cattiva”.

Invece che commentare le esternazioni del prelato, pubblico un racconto, già proposto altrove. Liberamente ispirato dalle storie che mi raccontava mia nonna Angela. Quelle che venivano tramandate tra le donne, in campagna.

Verrà Maggio

Domenica.”
Un sussulto, veniva da sotto quel corpo piegato sulla terra.
Eh…”
“Ti devo dire una cosa.”
Con un fiato aveva parlato.
L’anziana donna non alzò neppure gli occhi, per guardarla.

Fammi compagnia, andiamo a prendere l’acqua fresca dal pozzo.”

Presero i cicinati,* dal manico e si avviarono, nel terreno.
Non parlavano, mentre camminavano.
Le altre, rimaste sedute sui sassi a mangiare il pane, le guardavano e poi si cercavano con gli occhi, per farsi segno.

Graziella, buttò la sua anfora per prima.
Mo lo devi rompere, piano piano.”
A tutto si trova rimedio.”
La ragazza, incominciò a piangere e con quelle mani sporche di terra si colorava le guance.
Ehi, con le lacrime non si è mai risolto niente.” Disse questa volta, con durezza, l’anziana antera*.
Di quanto stai?”
“Non lo so.” Rispose la ragazza, passandosi la mano sotto il naso, per asciugarlo. Le lacrime si erano fermate, come in una conca.

Chi è stato?” No, non lo voglio sapere.”
Non c’era bisogno di sapere. Quella faccia, la teneva ancora sopra la sua, quegli occhi senza espressione, come i buoi.
L’hai detto a qualcuno?” La domanda inutile.
Mi uccidono

Rocco era bello, coi baffetti neri. Faceva il carrettiere. Si dovevano sposare a Maggio.
Porta sfortuna, figlia.” Aveva detto la madre.
Ma lei voleva sposarsi con le rose. E Rocco l’aveva tenuta contenta.

Che devo fare?” Aveva ricominciato a piangere, la ragazza.
Che vuoi fare, quello che si deve fare.”
Finirono di riempire le brocche e tornarono dalle altre, per finire la giornata.
Domani sistemiamo tutto.” Le disse, in silenzio, la vecchia antera.
Non piangere, non farti accorgere, neppure tua madre…”
Zitta devi stare, nessuno ti farebbe lavorare più, che fine vuoi fare?”

Domenica tornò a casa.
Si lavò le mani e si tolse le scarpe di terreno.
Con lo scialle in testa, prese la vecchia strada dietro al paese.
Cristo era stato buono con lei, due figli maschi le aveva dato. Li aveva mandati lontani da quel paese, su una nave, a scordarsi di lei.
La casa di Cecilia era bianca di calce, pure la sera senza luce.
Non chiudeva mai la porta, la gente aveva paura e bisogno di lei.
Domenica entrò.

Un’altra.” Disse subito Cecilia.
Domenica non rispose. Era vecchia lei, per certe cose.
Prese quello che doveva prendere e tornò a casa, a far bollire l’acqua.
La mattina dopo, presto, stavano pronte, alla porta, quando passava Gaetano, il carrettiere, per portarle in campagna.

L’aveva conosciuto così Rocco. Scherzava con tutte le ragazze, ma con lei non parlava, la guardava mentre accompagnava i capelli con la mano.
Pure il padrone la guardava e parlava tanto, di porcherie e rideva. Un giorno la fece chiamare. E non smise più. Non aveva smesso neppure ora, il vecchio, e cercava la carne giovane.

Lei era stata la preferita, per tanto tempo. Era diventata la sua antera, era lei che accompagnava le ragazze in campagna.
In paese dicevano che i due figli erano del padrone.
L’aveva fatta sposare con un pastore, di un paese vicino, uno alla buona. Le aveva regalato il corredo e quella vecchia casa, dove abitava, ora da sola, era pure del padrone.
Nel paese, molti pensavano che si era sistemata, che in quei tempi non era peccato.

Appena arrivate in campagna, Domenica portò Graziella dietro un albero e le diede una brocca. “Tieni, bevi, butta giù, tutto, ora.”

La ragazza vi si aggrappo, come chi sta in fondo alla grave* e cerca l’uscita.
Incominciarono a lavorare.
Dopo un paio d’ore Graziella pensò che stava per morire. Sentiva la schiena all’altezza dei reni spaccarsi. Era diventata dura, come una pietra poggiata sul terreno. Si stava spaccando, come sotto la mazza col ferro, quella che spacca le pietre, nei campi.
Domenica si avvicinò e con l’aiuto di un’altra donna, la portò, a braccia, sotto un albero. Le bagnava le lacrime con l’acqua fresca del pozzo.
Resisti, figlia
Poi ti scordi, resisti.”

Si scorda e non ti ricordi degli occhi e dei lamenti.
Rocco non era alla buona, Domenica stava ingrassando e non era normale.
Caricò il traino e senza dare scandalo, una notte andò via.
Il prete la salvò da sicura morte dalle mani del padre.
Tutto s’aggiusta.”
Gesù è grande.”
Tutto s’aggiusta.”
Se Cristo è grande mi deve fare morire, pensava Domenica.
Si sposò in una mattina di maggio, presto, che non c’era la luce del sole e poi andò a lavorare nel campo.

Maschio.”
E’ un bel maschio.” Gridò la mammara*.
Cristo si deve fare perdonare” pensò Domenica.
Non allattò il figlio, aveva perso il latte. Quello che era rimasto, era avvelenato. Il bambino fu portato da Maddalena, una vicina che allattava il suo.
E di nuovo nei campi e il padrone ogni tanto chiamava.
Domenica, certe sere, col fazzoletto in testa, andava tardi, a quella casa bianca con la porta sempre aperta. E quante volte era diventata pietra.

Resisti, figlia.”
Graziella tremava, ma non era più pietra.
Non era neppure fiore.
Ancora si aggrappò e con le mani graffiate e sporche di sangue cercò, inutilmente, l’uscita da quella grave.

Venne l’inverno e Graziella, invece di ingrassare, periva, pallida e fredda.
Non si scansava, quando il padre, con la cinta la colpiva. Aspettava un colpo che la spaccasse, uno, definitivo.

Anziana, non era così anziana Domenica. Con la faccia sempre bassa in mezzo al terreno aveva preso lo stesso colore. Si fa presto a diventare anziana. Gli occhi non avevano dolore. Solo le mani aveva svelte e il cuore.
Era morto il marito, quel buon pastore. I figli li aveva messi sulla nave. Avevano facce che non somigliavano a lei.
Quando andava al pozzo si tratteneva, guardava giù, in quell’acqua nera. Neppure laggiù c’era qualcuno ad aspettarla. Allora, piano, tornava a casa.

Era di Maggio e faceva caldo. Tra le spighe già stavano i papaveri.
Graziella era piegata tra i sassi, quando arrivò il primo dolore.
Domenica
Eh..”
Resisti figlia, è arrivato.”
La fece appoggiare alla spalla. Così si allontanarono.
Lavorate voi.”
Le altre donne, spaurite, tornarono con la faccia tra i sassi.
La portò lontano, sotto un pariete alto, di pietre, coperte di rovi.
Graziella era così debole che neppure gridava, l’uscita, questa volta era proprio lontana. La grave più profonda.
Resisti figlia, poi tutto si scorda.”
E le carezzava la fronte, le bagnava le lacrime con l’acqua fresca.
Poi le coprì gli occhi con la mano, per non farle guardare il dolore.
La lasciò a riposare, tra quell’erba bagnata da poco.

Lavorarono anche per Graziella, quel giorno.
Al tramonto andarono tutte da lei.
Dai figlia, dobbiamo tornare a casa.”
Graziella mangiò un po’ di pane che le diede una ragazza giovane e bevve l’acqua dal cicinato di Domenica.
Era la prima volta che vedeva quell’angolo di campo. Non alzava mai la testa da quelle pietre.
Era ricoperto da campanelle azzurre, tante, in mezzo alle spighe ancora verdi. Raccolte a macchie, tra quelle spighe.
Le girava la testa, quando si alzò, si appoggiò a Domenica.
Era vuota. Guardò, spaventata.
Si scorda figlia.” Disse l’antera.

Le altre donne, intanto, raccoglievano e facevano fascio con le campanelle azzurre. Ognuna il suo, lo stringevano al petto, come si tengono le creature e, cantando, se ne tornavano a casa.
Domenica e Graziella con le mani nude, strette a tenersi lo scialle sulle spalle.
Si avvicinò una giovane e le diede due campanelle, dalle sue.
Verrà da capo Maggio, porterai pure tu, il fascio di campanelle alla Madonna.”

La canzone dell’amore perduto – Fabrizio De André

* Cicinato, piccola anfora di terracotta, con manici. Si portava in campagna per prendere l’acqua dal pozzo. Serviva a conservarla fresca.
* Antera, la donna più anziana che organizza le altre nei lavori dei campi. Faceva da intermediaria con il padrone e prendeva una paga, di poco maggiore delle altre.
* La grave, gravina, voragine, crepaccio simile a un canyon.
* Mammara, la levatrice. Nelle campagne aiutava le donne anche ad abortire con decotti di erbe.

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  1. 29 Gennaio 2008 alle 12:05 pm | #1

    La storia, tu me lo consentirai, non è nuova. Tu stessa lo sai e lo scrivi: carne e sangue che transustanziano in parole, e poi ancora (profanamente) in carne e sangue. Così in eterno (se fosse per Ruini).
    Bella, però.
    Non soltanto questo mondo di donne, mentre gli uomini stanno solo sullo sfondo, o sui carretti, o in nave. Solo il padrone ha due occhi: uno al raccolto, l’altro alle schiene ricurve (faccia color terra).
    Ma è verismo puro lo stile, quel dialetto italianizzato, le frasi spezzate, l’assenza di giudizio espresso. I fatti, solo i fatti contano.
    C’è la rassegnazione (atavica) al dolore e al sopruso, ma nel profilo chiuso e terragno della vecchia (?) antera si intravedono i tratti fisiognomici di Adele Faccio. Esagero?
    Mi mancano, per quel che so, pizziche e tammorre, ma De Andrè va benissimo.

  2. 29 Gennaio 2008 alle 12:25 pm | #2

    Non è nuova. Vera in tutte le campagne.
    Mi commuove, per fatto personale, che tu scriva della Faccio.
    Vi è pure una certa somiglianza, con mia nonna. Minuta, con i capelli corti (un affronto al paese, perchè le donne nate nell’ultimo decennio dell’800, portavano la crocchia di trecce nella tomba) il volto con le rughe e l’energia.
    Ci voleva un canto, di Enzo del Re,”Matalene”.
    De Andrè, perchè è stato uno che, insieme a Fossati, ha girato tanto, per le nostre campagne. Sicuramente, anche a lui gliele avranno raccontate queste storie.

  3. Fausta
    29 Gennaio 2008 alle 5:23 pm | #3

    Visi segnati dalla fatica e dall’ineluttabilità delle cose eppure donne capaci di resistere nonostante il lavoro pesante, i soprusi e le umiliazioni…
    Sono davvero più forti, oggi, le donne?

  4. 29 Gennaio 2008 alle 6:49 pm | #4

    Bella domanda Fausta. Per la fatica, sicuramente. Così fragili, invece, dal punto di vista degli affetti, tra ineluttabilità e rassegnazione. Deboli, con la paura della solitudine dietro l’angolo. Vedo queste ragazze (non tutte, come sempre), ora, più determinate.

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