Marzo 10, 2008
Pensate voglia parlarvi di politica, magari con la metafora o l’allusione.
No, è proprio un post botanico, sui rampicanti.
Sono stata ispirata. Tutto è partito dal nome francese di una blogger “caprifoglio”.
Questo rampicante, fino a un decennio fa, si faceva ammirare e odorare, arrampicato sui parieti (muretti a secco) di pietra bianca che delimitavano le macchie di lecci e roverelle.

[lonicera-caprifoglio]
Giallo e bianco, più raro quello rosa. Una bellissima pianta, robusta.
Più che la desertificazione, poté la mano dell’uomo. Infatti, non crescono più, spontanei, i cespugli di caprifoglio. Scomparsi.
Come ho scritto, altre volte, “annoto” le perdite.
Il timo, poi la menta spigolata e le spatole e le orchidee selvatiche. I rovi con le more. L’edera e la salsapariglia. Il piccolo convolvolo con i fiori bianchi e rosa o lilla. La pervinca. Il caprifoglio, la pastinaca, i cardi. L’iperico, il finocchietto selvatico. La camomilla, la rosa canina e gli aglietti selvatici. Il papavero sonnifero. Scomparse intere macchie di lecci e roverelle.
Prima fu il fuoco portato dell’uomo, poi quello scagliato dal Dio adirato, dal cielo.
Eppure il rampicante è tenace, infestante.
Mai quanto l’uomo, evidentemente. Spesso crescevano insieme, quelli spontanei e quelli naturalizzati, che l’uomo aveva piantato nel proprio giardino; la natura (vento, uccelli, api) li disseminava, a Lei piacendo.
Ma un tempo c’erano i giardini e gli orti.
Ogni casa ne aveva. La campagna, arrivava sino alla città, fino nelle case, facevi pochi passi e te ne tornavi con mazzetti di spatole (gladioli selvatici) o asparagi.
La terra ti entrava in casa, portata dalle scarpe, dal risvolto dei pantaloni, dal vento, e si posava sui mobili.
Se te ne rammaricavi, gli anziani e i contadini erano pronti a ricordarti che “terra siamo…”
Andavo via, prima che finissero di sentenziare.
Un tempo, dunque, c’erano i giardini, gli orti e sulle recinzioni i padroni facevano distendere i rampicanti.
Diffusa, soprattutto sui muri, c’era l’edera che non costava niente, bastava prendere un ramo e interrarlo.

[edera]
Formava una barriera verdissima, intricata e piena di insidie. Grossi ratti che potevano caderti addosso, mentre, ignaro andavi per la tua strada. Difatti, ancora oggi, non passo mai sotto un muro d’edera.
L’edera può essere velenosa. Con il decotto ottenuto dalle sue foglie le donne more sciacquavano i capelli, per ridare loro lucentezza. Lo stesso infuso, ravviva il colore delle fibre naturali, colorate di nero. Pare che il suo olio (da comprare in erboristeria) sia un buon rimedio per la cellulite.
Sempreverde, con dei bei fiori celeste - lilla (più rara, quella con i fiori bianchi), c’era la pervinca, meno invasiva e più elegante dell’edera. E’ un alcaloide.

[pervinca]
Altro rampicante poco costoso, il convolvolo. Lo lasciavano arrampicare sulle reti delle recinzioni. Se non stavi attento, potevi trovartelo avviluppato, intorno alle gambe, tanto era avvolgente.
Aveva l’inconveniente di essere annuale. D’inverno i giardini si spogliavano e si mostravano agli occhi dei passanti.

[convolvolo]
Da piccola, con gli altri ragazzini, raccoglievamo i fiori ad imbuto, dei convolvoli e li succhiavamo, alla base, dove sono dolcissimi, per il polline. Oppure li suonavano, come trombette; io non ci sono mai riuscita.
Siccome l’edera e il convolvolo non erano rampicanti vistosi o profumati, spesso, accanto, piantavano il gelsomino.

[gelsomino]
Lo raccoglievo la sera, quando il profumo è più intenso, per metterlo tra le pagine dei libri a seccare, a grappolo o a fiore singolo.
Ingialliva e macchiava la carta, con il suo olio profumato.
Oppure, sistemavano il Campsis radicans.

[campsis radicans]
Lo conosco con questo nome, non so se ne abbia uno più comune, a parte “le trombette”. Si suonavano pure queste, con suoni più nitidi e duraturi, siccome i fiori sono più “carnosi”
Poi venne di moda la Bougainville, quella viola-porpora (quella rossa è più recente).

[bougainville]
Ma bisognava avere un giardino esposto a sud. Bellissima e invidiata, faceva disperare le signore che dovevano spazzare i fiori che coprivano e macchiavano i marciapiedi.
Da noi, c’è un vero culto del marciapiede. Lustrato, bianchissimo deve essere, più di quello della vicina. Anche il glicine era poco diffuso. Dovevi comprare la pianta e non te la regalava nessuno.
La vite canadese è venuta di moda troppo tardi.
In quei giardini, se grandi, hanno iniziato a costruire, nuove abitazioni.
Se piccoli, grazie alle varianti, hanno costruito il box auto.
La composizione delle giunte comunali è decisa dal possesso dei suoli, dalla loro destinazione. Il piano regolatore – ove mai venga deliberato - è un optional che la Regione non approva mai e che il Tar sospende.
Le case penetrano nella campagna, che non potendo arretrare, scompare. Senza neppure quelle vecchie abitudini di lasciare un poco di terra a giardino che, con in tempi di crisi, potrebbero tornare utili per l’autoconsumo.
Non costruiscono più giardini, figuratevi gli orti. Solo strisce di terra con prato all’inglese e palme. Cycass. Una mania.
Qualche raro fortunato che si fa la villa, preferisce la piscina e i palmeti. Tra i rampicanti, resiste la Bougainville, confinata in grossi vasi e il glicine.

[glicine]
Come nel mio giardino. Quando decidemmo di rinnovarlo, spiantammo la vecchia Bougainville, esposta a tramontana. Si erà così allungata, (per prendere il sole) da raggiungere il primo piano. Mio suocero non ci perdonò quella cattiveria. Abbiamo cercato di farle crescere, altrove, le piante giovani. Seccano!
Sul muro, continua ad arrampicarsi il glicine e, in un angolo, resiste il campsis. Il problema è il vicinato.
A quella le pendono i rami fioriti ed “si fastidia” le “manca l’aria”, a quell’altro le foglie gli sporcano il cortile e, quell’altra ancora, vuole avere lo sguardo libero.
Ne ha fatto le spese la passiflora. Bellissima e infestante, l’avevamo scelta apposta. Non aveva limiti, scavalcava il confine per abbracciare gli alberi della vicina.

[passiflora]
Resiste (hasta siempre) avviluppata intorno al corbezzolo e - non vista - si allunga sul nespolo giapponese. Oltre confine.
Marzo 10, 2008 at 7:18 pm
Lieta di aver condiviso con te quest’accenno di primavera: i miei occhi e le mie narici sentitamente ringraziano… oggi ci voleva proprio!
Marzo 10, 2008 at 7:57 pm
Grazie Aicha. Speriamo che non faccia freddo e che non tiri molto vento, perchè gli alberi sono in fiore.
Marzo 10, 2008 at 9:16 pm
Sono inebriata da questi profumi! Vedi, basta fermare gli occhi su queste meraviglie e torna il sorriso!
Sul balcone, fortunatamente esposto a sud-ovest c’è la bouganvillea: l’inverno mi fa stare in pensiero perchè sembra si secchi poi con i primi tepori tira fuori qualche foglioline fino a riempirsi di fiori. Ora ha già qualche gemma…. speriamo bene!
Hai assaggiato il fiore del glicine? Anche loro, a succhiarli alla base, sono dolcissimi….
Marzo 10, 2008 at 10:38 pm
Che flora lussureggiante! Simile al glicine c’é l’acacia, che non è rampicante, ma albero spinoso infestante dei gerbidi collinari (e anche della savana africana, la mangiano gli elefanti). Ha fiori a grappolo bianchi, dolcissimi, mia nonna mi ha tramandato ricetta segreta per farci ottime frittelle. Magari te la spaccio di nascosto…
Marzo 10, 2008 at 10:46 pm
Benvenuta “caprifoglio”, Ciao Franca
ahimè, c’è sempre meno vegetazione,spontanea, in campagna. Proprio oggi, ho visto un “fazzoletto” di terra. Fungeva da spartitraffico. Vi hanno piantato degli alberelli di pruno, bellissimi, pieni di fiori. Sulla statale! Prugne al piombo…
Marzo 10, 2008 at 10:59 pm
@Fausta, credo che il glicine, al pari di altri fiori, venga caramellato o “brinato” con lo zucchero, per le decorazioni sulle torte
Marzo 11, 2008 at 9:10 am
Oltre al glicine ci sono sicuramente le violette…. le ricordo nei vassoi di biscotti che nonna portava in tavola per il té. Le ho ritrovate in un negozio di Firenze ed ho rimesso in vigore il loro uso, contenta della faccia felicemente stupefatta della mia amica!
Marzo 11, 2008 at 8:24 pm
Vorrei aggiungere all’elenco di piante spontanee scomparse il bellissimo e profumatissimo pancrazio marittimo che ricopriva con migliaia di esemplari una meravigliosa spiaggia della mia infanzia di sabbia finissima e bianco-rosata, a pochi chilometri da casa mia. Nello stesso luogo adesso c’è una distesa grigio scura di sabbia grossa e ruvida, dalla quale riescono ancora a venire alla luce poche piante brutte e spinose. Ma che siamo stati capaci di combinare?
ross
Marzo 11, 2008 at 8:36 pm
@Ross, è un giglio?
questo qui?
Se sì, crescono ancora (pochi), nella sabbia delle dune, tra Bari e Brindisi
Marzo 11, 2008 at 9:24 pm
Proprio quello.
Lo so, me lo ha detto una mia carissima amica che ha una casa al mare nei pressi di Brindisi, e ve li invidio.
Vedo con piacere che anche tu ami molto le piante. Io, finché ho potuto, ho trascorso ore felici im collina zappando, seminando, piantando, sempre con animo lieto. Ora , in sostituzione,ho il computer, e mi accontento
Marzo 11, 2008 at 9:44 pm
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” Pavese
Poi ho fatto un corso di erboristeria, so riconoscere le piante officinali e ho una passione per le orchidee spontanee (le poche che resistono)Ho pregato mio padre di darmi il piccolo podere, con gli ulivi. C’è pure il giardino della casa dove abito. Sicuramente, il paesaggio è mutato, ma basta poco e sei subito in campagna a goderti ciò che rimane 
Non potrei vivere senza la terra. Un tempo la detestavo, era il simbolo della immutabilità e l’amavo, sono sempre andata in campagna, da piccola, ad aiutare mio padre (vendemmia, raccolta delle olive e delle ciliege…