Non perdiamoci di vista
La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista.
Oppure il solitario scrittore è raffigurato nel suo studio, dove San Girolamo, se non fosse per il leone, si confonde facilmente con un Sant’Agostino: il mestiere dello scrivere uniforma le vite individuali, un uomo allo scrittoio assomiglia a ogni altro uomo allo scrittoio. Ma non solo il leone, altri animali visitano la solitudine dello studioso, discreti messaggeri del fuori: un pavone (in Antonello da Messina, a Londra), un lupacchiotto (in Dürer, altra incisione), un cagnolino maltese (in Carpaccio, a Venezia)
In questi quadri d’interno, ciò che conta è come un certo numero d’oggetti ben distinti si dispongano in un certo spazio, e lasciano scorrere la luce e il tempo sulla loro superficie: volumi rilegati, rotoli di pergamena, clessidre, astrolabi, conchiglie, la sfera appesa al soffitto che mostra come ruotano i cieli (al suo posto in Dürer, c’è una zucca). La figura del Sangirolamo-Santagostino può star seduta nel mezzo della tela, come in Antonello, ma sappiamo che il ritratto congloba il catalogo degli oggetti, e lo spazio della stanza riproduce lo spazio della mente, l’ideale enciclopedico dell’intelletto, il suo ordine, le sue classificazioni, la sua calma.
O la sua inquietitudine: Santagostino, in Botticelli (agli Uffizi), comincia a innervosirsi, appallottola fogli dopo fogli e li butta per terra sotto il tavolo. Anche nello studio dove regna la serenità assorta, la concentrazione, l’agio (sto sempre guardando Carpaccio) passa una corrente di alta tensione[...]Dentro lo spazio interiore cova un annuncio di terremoto[...] Oppure sono i boati del fuori che fanno tremare le finestre? Come solo la città dà un senso all’ispido paesaggio dell’eremita, così lo studio, col suo silenzio e il suo ordine, non è altro che il luogo dove si registrano le oscillazioni dei sismografi. (I. Calvino)
A parole tue