Azul
C’era una volta un villaggio, vicino al mare azzurro. E nel villaggio, viveva una bellissima fanciulla.
Il suo papà, famoso studioso di maree e di fossili marini, l’aveva chiamata Azul, come gli occhi del suo amore perduto.
All’alba e al tramonto, Azulina [la chiamavano tutti così, la piccolina] prendeva la sua cesta di giunco e andava sulla spiaggia a raccogliere piccole conchiglie e piccoli coralli che il mare lasciava sulla riva.
Sulla sabbia, a formare un mosaico, aliote di madreperla, lucine, diodore forate, jujubine e gibbule, putille e turitelle, conidi maculati e rossi rametti di corallo.
Al villaggio tutti pensavano che Azulina fosse magica. Dicevano che tutte le mattine, la sua mamma, morta quando l’aveva data alla luce, trasformatasi in schiuma del mare, lasciava alla sua piccina rami di corallo sulla spiaggia.
Sicuramente, nessuno sapeva dove prendesse quei bellissimi rami, con cui far ninnoli per adornare le fanciulle.
Aveva capelli biondi, raccolti in due trecce e una frangetta dispettosa. La pelle sempre illuminata dal sole e piedi leggeri.
Lavava con cura le conchiglie, le puliva dalle incrostazioni e poi le tagliava e limava sino ad ottenere perline, che forava con un piccolo ago d’oro, per farne collane e bracciali. Con il corallo, invece, gemme da incastonare su foglie o cerchi d’argento e oro.
Da poco tempo, al villaggio era arrivato Martino, un bel ragazzo moro che aveva una bottega di lettere.
Tutte quelle dell’alfabeto. Di tutte le dimensioni e caratteri. La gente andava da lui e comprava dieci A, sette H, una M.
Perché, non c’era l’inchiostro, e la gente comprava le lettere.
Il fruttivendolo aveva comprato una M una E una L e una A.
Il fioraio una R una O una S e una A.
Il birraio una B una I due R e una A e così tutti gli altri.
I più ricchi le compravano d’oro o d’argento.
Gli innamorati, gli unici, a comprarne tante, non bastavano mai. Soli, insieme al poeta a combinarle in parole nuove e sconosciute.
La bottega era proprio di fronte al campanile e a Martino piaceva sentire il rintocco delle ore. Se girava lo sguardo vedeva il mare, i bambini che facevano ruzzolare le biglie. La maestra che ogni tanto li richiamava, per ripetere la lezione e scrivere un po’.
Sulla sabbia e non c’era bisogno di cancellino.
Proprio un bel villaggio felice.
Un giorno anche lui ne avrebbe avuti, di bambini, e li avrebbe accompagnati a giocare, pensava Martino.
Mentre così pensava, un giorno entrò nella bottega, Azulina bellissima, con dei coralli rossi intorno al collo.
Voleva comprare una A una Z una U una L.
Martino, come la vide se ne innamorò, lasciò cadere tutte le letterine. Arrossì, mentre Azulina sorrideva.
Chiuso il negozio, Martino, passò per bere in compagnia, dalla birreria di Genesio.
“Son belle le ragazza in paese”
Iniziò Martino
“Ehehe…”, si mise a ridere Genesio, ghignando e strizzando gli occhi agli altri avventori.
“Dai, dicci chi è la bella”
“Ha le trecce d’oro…”
“Azulina” tutti in coro.
“E’ bella sì, dicono anche che sia magica” e Genesio raccontò dei coralli e della schiuma.
Il giorno dopo, di buon’ora, Martino andò sulla spiaggia e aspettò.
“Buongiorno”
Il primo sole del mattino avvampò il ragazzo.
“Son venuto a lavare un po’ di lettere, per dare loro una luce marina”
Azul sorrise.
“Che buffo” pensò e se ne innamorò.
Martino la guardò e la baciò.
Decisero di sposarsi e di fare una gran festa nel villaggio.
Martino con lettere azzurre e oro annunciò a tutti la propria felicità e Azulina raccolse corallo bianco per il suo diadema da sposa.
La notizia del matrimonio arrivò nel castello sulla rocca, dove viveva il visconte Cuporospo.
Incuriosito dalla bellezza di questa fanciulla, il mattino dopo, si nascose dietro uno scoglio e aspettò.
Il vento muoveva la frangetta dispettosa e i piedi nudi danzavano tra le conchiglie.
Cuporospo, rimase a bocca aperta. Doveva, averla per forza.
Rapì la fanciulla.
Tornò nel castello, chiamò mastro Bordone.
“Mi devi fare una maschera, di pelle morbida, leggera, non si deve vedere”.
Il visconte era proprio brutto.
Azul, chiusa nella rocca, intanto, piangeva e guardava il mare e il villaggio lontano.
Il povero Martino, non aveva pace, tornava sulla spiaggia, interrogava il mare. La sua Azulina era scomparsa, nessuna l’aveva più vista.
Disperato, si lanciò tra i flutti, dove la schiuma gorgogliava e nuotò nella profondità del mare, per cercare la sua bella fidanzata. Aveva nuotato tanto ed era sfinito, finì su uno scoglio. E nella schiuma vide due occhi azzurri. Era una fanciulla uguale ad Azulina, ma con riccioli neri.
“E’ vera la leggenda,” pensò, Martino.
Il ragazzo si abbandonò a quella onda amica. La fanciulla marina l’aveva portato dinanzi alla rocca. Poi scomparve tra la schiuma con i suoi bellissimi ricci.
Martino, si guardava intorno, cercando di capire perché la fanciulla l’avesse portato sotto il castello.
Poi il mare smise di frangersi, gli uccelli si fermarono in cielo e il vento dalla rocca portò il pianto disperato e la preghiera.
“Azul”
Il visconte l’aveva rapita e imprigionata.
La rocca era difficile da scalare, e poi c’erano i soldati del visconte, armati fino ai denti.
Martino, non si perse d’animo. Tornò sulla spiaggia e invocò. Cosa poteva fare, aveva solo lettere e amore.
Apparve Sao la ninfa del mare.
“Devi fondere tutte le lettere, Martino, quelle della bottega e quelle del villaggio, polvere d’oro, madreperla e corallo. Fanne un filo, trama e ordito per le fanciulle del villaggio. Fai cucire un vestito e portalo in dono per la nuova sposa del visconte.”
Martino, tornò in paese, suonò la campana per chiamare tutti e spiegare cosa fosse successo. Si riempirono le ceste di lettere.
Martino fuse, le fanciulle e le sarte prepararono un vestito bellissimo. Aveva i colori delle conchiglie, delle madreperle e dei coralli.
Fu consegnato alle guardie del visconte, come regalo delle fanciulle del villaggio.
Il visconte, con la faccia nuova, prese quel bel vestito, e lo portò da Azulina.
“Smetterà di lamentarsi, le donne non resistono ai bei vestiti”, pensò.
La fanciulla, riconobbe subito il colore dei suoi coralli e delle sue conchiglie. Abbracciò il vestito e sentì l’odore del mare. Lo indossò e andò davanti allo specchio. Era davvero bello, sembrava dovesse parlare, tanto era bello.
“Ti aiuterò a scappare Azul”
Parlava davvero, quel vestito e raccontò ad Azulina cosa doveva fare.
Difatti, Azul chiamò il visconte e gli disse
“Va bene, ti sposerò domani sulla spiaggia”
Il visconte ghignò con la faccia nuova.
Il mattino dopo, mentre il sole si levava, il visconte e Azul scesero alla spiaggia.
C’erano le guardie ed i soldati, mastro Bordone per celebrare.
Azulina, sotto il vestito aveva messo una crinolina, così mentre tutti guardavano la faccia nuova del visconte, lei si lasciò scivolare e fuggì da sotto al vestito.
Dapprima nessuno si accorse di niente, perché il vestito era ben dritto sul telaio, poi una guardia urlò
“La viscontessa ha perso la testa”
Che orrore, quel vestito senza testa.
Dietro gli alberi, Martino aspettava, prese Azul e spronando il cavallo al galoppo, filò via .
Cuporospo e i suoi soldati cercarono di inseguirli.
Tentarono, perché dal vestito rimasto sulla spiaggia si levarono vocine che iniziarono il racconto di fanciulle e conchiglie, amori e dolori, armi e cavalli.
Come sirene, incantavano persino quei bruti. Cuporospo fu il primo a riprendersi, con la spada cercò di distruggere l’abitoincantesimo.
Finì nell’ordito e le lettere scrissero Cuporospo nel racconto.
Perché quelle lettere erano magiche, si separavano e ricomponevano. Era uno spettacolo vedere tutti quei segni che formavano parole e poi frasi e racconti.
Nessuno ha mai più osato avvicinarsi alla rocca di Cuporospo. Quelli che cercavano di fuggire o si avvicinavano troppo, finivano nell’ordito.
Gli altri, seduti sulla spiaggia, resteranno lì per l’eternità stregati dalla trama del vestito magico.
E i nostri giovani innamorati?
Felici festeggiano la loro felicità nel villaggio. E Azul lanciò il suo mazzetto di coralli nella schiuma del mare.
Per un po’ di giorni il villaggio rimase senza lettere.
Poi Martino ne fece di nuove e ancora più belle, perché tutti vollero le lettere per scriver parole.
E il poeta del villaggio fu il primo a comprarne una nuova.
Comprò una F una I una N e una E.
Rubastorie
Quando Marco nacque, la sua mamma lo prese tra le braccia e lo cullò.
C’era una volta, gli raccontò, una strega cattiva di nome Margò.
E la sera dopo, di nuovo iniziò, e poi, ancora, sempre, Margò.
La strega esisteva, cattiva solo un pò, ma a sentire quella filastrocca s’infuriò.
Prese la scopa e presto arrivò.
“E’ l’ultima volta che blateri storie, tutti i racconti gli toglierò.”
In quel tempo e in tal paese, infatti, al compimento del primo anno, tutte le mamme portavano i loro bambini dalla fata Raccontatù.
Una dolce fata, con lunghi capelli dei colori dell’arcobaleno e fiocchi colorati sul corsetto.
Leggera leggera, quando si muoveva, i suoi piccoli piedini, lasciavano una scia di piccole parole preziose.
Abitava nella casetta sulla collina.
Coltivava rose porporine e bianche calosbrine.
Intorno, le svolazzavano lumiottine e batterdali colorate.
Seduta, tra fenicotteri rosa e azzurri, con una bacchetta magica, toccava i bambini sulla bocca e sulle orecchie.
Minuscole parole, come pagliuzze, si staccavano dal bastoncino e quelli si riempivano di storie, filastrocche e favole.
Quando toccò a Marco, appena la bacchetta gli sfiorò la bocca, tutte le lamelle, per magia, volarono via, trasformandosi in lumiottine.
“E’ stregato”
gridarono le altre mamme.
Ma la mamma sorrise.
Ci avrebbe pensato lei ai racconti del suo Marcopicciò.
E tutte le sere continuò a raccontare la storia di Margò.
Marco cresceva bello e forte. Ma lo sguardo aveva un po’ triste.
Quando gli altri bimbi raccontavano storie, lui rimaneva malinconico, in disparte, ascoltava.
La sua mamma, da tempo, non c’era più a raccontargliene.
Pensò di leggerne qualcuna per poterne dire anche lui.
I primi tempi tutto andò bene, anche lui poteva giocare a favoleggiare.
Ma, un terribile giorno, una ragazzina lo guardò dritto negli occhi e iniziò a gridare
“Non è la tua storia, non è la tua storia, l’hai rubata, l’hai rubata, non è tua non è tua”
E tutti gli altri ragazzini a gridare
“Non è tua non è tua non è tua”
“rubastorie rubastorie”
C’è chi è rubacuori.
Il povero Marco divenne famoso col nome di rubastorie.
Ferito e addolorato, (ma non era colpa sua se non aveva storie) non uscì più di casa, sino a 16 anni, quando decise di salire sulla casa in collina.
Voleva acciuffare un po’ di lumiottine, così anche lui avrebbe potuto raccontare di avventure e sognare.
Ma le storie non si possono rubare. Solo narrare e ascoltare.
Così le lumiottine, appenna acciuffate, si spegnevano, diventavano polverose e si trasformavano in bruchini grigi.
“No ragazzo, non è così che riuscirai ad avere le tue storie”
A parlare era stato Ototortotò, il mago del paese.
Un brutto omettino curvo, con grandi orecchie a pannocchia.
Era sempre in giro, a raccogliere storie, con le sue grandi orecchie.
Perché, raccontava la leggenda, tanto tempo prima, la fata Raccontatù, distratta, donò ad una bimba una storia speciale.
Chi l’avesse ascoltata, sarebbe diventato padrone del mondo.
“Vieni con me ragazzo”
“Ruberai le storie per me”
Marco ci pensò solo un secondo, prese le sue poche cose e seguì il mago.
Non aveva nessuno che lo aspettava, nessuno che gli raccontava più storie.
Ototortotò gli regalò un libricino nero e una penna cattura storie.
“Scrivile su questo quaderno, ragazzo“.
Ben presto, però, Marco si accorse che fare quel lavoro era proprio difficile.
Quando la gente li vedeva arrivare, scappava via, e le ragazzine maliziose e solo un poco spaventate, ridevano tra di loro.
E alcune storie, le più belle, sussurrate, potevano ascoltarle, solo nascondendosi dietro finestre o cespugli e alberi.
Ma quelle storie rubate, invece di riscaldare il cuore del ragazzo, lo rendevano sempre più triste e malinconico.
Le ragazzine si raccontavano le storie del primo amore, di cuore e rossore.
A ogni frase tiravano gran sospiri. Di tanto in tanto strillavano felici, senza nessun motivo e correvano a raccogliere fiori, che poggiavano sul cuore o tra i capelli, dietro le orecchie.
Gli occhi di Marco diventavano piccoli e tristi, gli angoli sempre più bassi.
La notte, nel buio, piangeva.
Non avendo storie, non aveva neppure speranza.
Decise che sarebbe andato al fiume, per raggiungere la sua mamma.
Tra le sue braccia, sicuramente, avrebbe sorriso ancora.
Prese le sue poche cose, quel maledetto quaderno nero e la penna ladra e andò nel bosco a cercare il fiume.
Si sedette, con i piedi nell’acqua e iniziò a leggere le storie che aveva rubato.
Tutte quelle belle ragazzine sorridenti e innamorate.
E le lacrime cadevano su quei fogli e scioglievano l’inchiostro.
Tanti rivoli neri, ecco cosa restava di sospiri e sguardi.
Mentre così piangeva, una fanciulla lo guardava.
Aurora, nella sua piccola casa nel bosco ricamava arazzi e tovaglie per stanze e tavole di principi e re.
Alle pareti tante matasse di filo, con tutti i colori del mondo. E su un cuscino di velluto scarlatto, appuntati tanti aghi di ogni misura. E telai, quadrati e tondi.
Matasse di fili d’oro e d’argento e persino di diamante e rubino.
Disegnava su grandi tele, con una matita blu, scene di fanciulle deliziose e corteggiamenti maliziosi.
Poi sceglieva aghi e matasse, e iniziava il ricamo. Le piccole mani, veloci, facendo passare gli aghi e i fili, trasformavano quei tessuti: come tele di pittore, prendevano colore.
E le scene erano così vive e le mani di Aurora così veloci, che i personaggi delle storie, sembravano muoversi davvero, su quelle stoffe.
Quel giorno, mentre il ragazzo singhiozzava nel bosco, raccoglieva mirtarelle per colorare matasse di blu.
Si avvicinò a Marco e gli accarezzò le lacrime.
“Perché piangi?”
gli chiese
Non ho più storie
singhiozzò il ragazzo
Lei pensò che fosse colpa di quell’inchiostro che si era sciolto.
Prese il quaderno nero e lo lavò nell’acqua del fiume.
“Ora tutte le tue storie andranno nel mondo e per mari e conchiglie, arriveranno alle orecchie di chi sa ascoltare.”
E ridiede, con un gran sorriso, a Marco, quel quaderno, con le pagine tutte bianche da scrivere.
“Ne potrai scrivere altre”.
Marco rimase in silenzio, soffiandosi il naso.
Non poteva raccontarle quella unica brutta storia, la sua.
Di quel brutto nomignolo, rubastorie.
La carezza di quella ragazza, però, aveva dato un pò di speranza al suo cuore.
Si fece coraggio e raccontò l’unica storia che conosceva.
E mentre parlava, Aurora veloce, con la matita blu disegnava Margò e Raccontatù, lumiottine e calosbrine, un ragazzino con capelli neri e una fossetta sul mento, sorridente, con un quaderno nero, aperto sulle ginocchia, seduto sul prato, mentre raccontava storie, favole e filastrocche.
Sono trascorsi un po’ di anni, e nel bosco vicino al fiume, ridono e giocano bimbi e fanciulle.
Marco è cresciuto, ma ha sempre lo sguardo ragazzo.
Alle spalle, gli spettina i capelli Carolina, la sua bambina.
Più in là Luca, il suo primogenito, intreccia ghirlande che regala, arrossendo, alle ragazzine.
Aurora disegna e ricama, con mani veloci, arazzi e tovaglie per palazzi e tavole di ricchi sceicchi.
Marco, nel bosco ha costruito la casa dei giochi e dei racconti.
Raccoglie i giochi antichi che i bambini non usano più, trottole e fionde, bambole di pezza e palle colorate.
E continua a riempire scaffali di quaderni neri, scritti con l’inchiostro blu, fitti fitti di racconti preziosi.
Perchè, nel bosco delle mille parole, ognuno capisce da sé
che la propria storia è, senz’altro, la più bella che c’è.
SASSOLINA
Prima di crescere e diventar grande (come diciamo noi umani), Sassolina era un bel sasso lavico. Era stato raccolto e portato via, tempo addietro da un signore, con barba e cappello; svelto, l’aveva afferrato e infilato in una borsa.
Un anno dopo, sua moglie, una signora molto arrabbiata, glielo tirò dietro e, quando quello si scansò, Sasso cadde tra l’erba della foresta.
Dapprima fu contento, si era stancato, sempre fermo su quelle carte, voleva vedere il cielo, sentire gli uccelli. Poi, vennero i giorni e le notti. L’umidità lo faceva diventare verde. Di fronte a lui la stessa casa, lo stesso albero altezzoso, e lui fermo lì, un sasso.
Ogni tanto qualcuno, passando, per caso, gli dava un bel calcio. Sasso, finiva un po’ più avanti. Stessa casa e stesso albero altezzoso.
Aveva immaginato di viaggiare per il mondo, in una bella scatola di cristallo, magari, sotto il braccio di signori importanti, come era successo a un suo antico parente, era finito in una bellissima scatola di vetro a New York, bellissimo, illuminato. Migliaia di persone che andavano a trovarlo.
In famiglia non si parlava d’altro, del cugino che aveva fatto fortuna in America.
Sasso era invariabilmente fermo, consegnato all’eternità, ma, un giorno, un calcio lo fece finire contro l’albero altezzoso.
Che botta! Che dolore!
Stette così tutta la notte a lamentarsi. La mattina, quando il sole illuminò quel po’ di foresta, Sasso non c’era più. Pensò “sono morto” e poi subito “cosa sono?”
Nessuno parlava con lui, in quel posto lontano e sperduto, che ne sapeva lui dell’eternità, che nulla si crea, nulla si distrugge, del principe di Danimarca, mica era importante come quel parente americano.
Tutt’intorno a lui c’erano pezzi di fango scuro, compatto come roccia. Fango.
“Mamma, guarda che bella Sassolina”
La bambina, figlia della signora arrabbiata, aveva raccolto Sasso e lo guardava. “Guarda che bella, mamma”
La signora arrabbiata sospirò, pensando a quella figliola, “tutta suo padre”.
“ E’ tondina e colorina” [Si sa, parlano così le bimbe] “ Sassolina” e la mise in tasca.
Sasso, anzi, Sassolina, non capiva le cose del mondo, però non era più lo stesso, di questo era certo.
Sicuramente era piccolo, anzi, piccola. Entrava in una tasca. Dura poi. Quando la bimba la prendeva e la posava sul pavimento per giocare, e la riafferrava al volo, certe volte cadeva. Ma non si faceva tanto male e poi la bimba, Isellina, l’accarezza, la strofinava e se la rimetteva in tasca.
Ma un giorno tremendo la signora arrabbiata fece bucato.
Sassolina, quando vide quel vetro e poi l’acqua pensò fosse arrivato il suo momento. Anche lei, come il cugino, meraviglia, la portavano a New York. Oh! Come sarebbero stati contenti i suoi parenti. Forse, sarebbe andata proprio a casa del cugino.
Non immaginava che il viaggio fosse così movimentato. La scatola con il vetro girava veloce e Sassolina, spesso finiva sott’acqua.
Ogni tanto veniva spinta su quelle che lei credeva fossero onde spumeggianti.
L’ultimo lavaggio, travolse e spinse Sassolina, la scaraventò in un tunnel buio.
Un sasso conosce solo l’eternità e dunque, quel lungo viaggio sino al mare fu un attimo per Sassolina.
Così, solo appena dopo un po’, sentì di nuovo il sole che la riscaldava.
Chissà se quella era l’America. Certo non c’erano scatole di vetro, né signori importanti. E cosa più strana, nessuno la guardava.
I sassi non sono tristi, non piangono, ma diventano opachi, perdono i colori, si irruvidiscono.
Così Sassolina. Aveva perso la sua Isellina che la faceva saltare, la lucidava. E anche albero altezzoso era meglio di quei tronchi che ogni tanto il mare portava, neri, malati. Tossivano, scricchiolavano e si rompevano.
Persino la faccia della signora arrabbiata era più sopportabile di quegli scogli scuri, lividi di schiuma al fondo.
Ogni tanto in lontananza qualche nave le ricordava gli antichi racconti.
E allora, opaca e ruvida si abbandonò all’eternità di quel mare.
Sassolina non immaginava che Isellina, quando, per giocare, l’accarezzava e la strofinava l’aveva coperta con minuscole scintille di possibilità, perchè Isellina era una bimba dai mille sogni.
E dagli oggi, strofina domani, Sassolina era, completamente, coperta da pagliuzze di possibilità.
E, infatti, un giorno, finì sotto una scarpa. Quelle da ginnastica, con i labirinti di gomma sotto le suole.
Già, incastrata proprio in uno di quei corridoi. Forse un marinaio, o qualche ragazzo che ogni tanto portava il mare, o quella ragazza che tornava tutti i pomeriggi, col suo cane.
L’abbiamo già detto, Sassolina, non sa cos’è il tempo e quindi non sapeva quanto tempo fosse trascorso. Sentiva che non era più bagnata, e non c’era il sole, anzi era proprio buio e non vedeva più nulla. In quel posto urlavano.
E cadevano anche gli oggetti. Per fortuna era diventata piccola, altrimenti avrebbero lanciato anche lei.
Poi, tornò il silenzio.
[Fosse stata appena appena un po’ più umana, Sassolina avrebbe un bel mal di testa. Non calpestano l’erba quelle scarpe e neppure la sabbia.
A sentire tutti quei rumori, camminano in città. Quale città non è dato conoscere, fa caldo però. Persino il selciato è caldo.
Tutto quel camminare la incastra ancora di più in quel corridoio buio del labirinto. Però, quantomeno, non si graffierà.]
I rumori di prima non si sentono, ma ci sono tante voci, tutte diverse che parlano.
Lo ripetiamo, Sassolina non conosce il tempo, ma ricorda le voci, i suoni e le facce.
C’è già stata lì, Lui. Ma sì, certo, quando era Sasso.
E’ casa sua. Se mai un sasso ha una casa.
Sono tutti grigi, di fango, anche neri. Ma lì sotto non la vede nessuno. Non lo riconoscerebbe nessuno. Piccola, tutta tondina, colorina. Eh, come sarebbero invidiosi. Tutti quei parenti. Certo che è un peccato non poter farsi vedere in tutto quel grigiore. Almeno qualcuno a dirle che è tutto vero, che c’è stato un prima e un dopo. Solo per una volta, anche per lei, la possibilità del tempo. Niente, incastrata in un labirinto stretto.
La ragazza si è stancata tanto, tutto quel camminare le ha fatto venire male ai piedi. Si è incastrato qualcosa sotto la suola, perché ha male nel tallone.
Poi tutto quel caldo a cui non è abituata. Ma ora potrà togliere le scarpe e magari fare un bagno. Tutto quell’azzurro e quei bei ciottoli levigati da far saltare.
Il tempo per la ragazza esiste, invece, e dei semplici oggetti, possono scandirlo con il ritmo del ricordo, non ti riportano indietro, ma ti portano la stessa felicità.
Il pomeriggio sta finendo e il sole che tramonta sul mare mostra la cartolina quotidiana. Un po’ a malincuore la ragazza si riveste.
“La scarpa, devo controllare cosa si è ficcato nella suola” pensa.
E inizia a scuotere la scarpa, con certa violenza, per liberarla dal fastidioso intruso. La percuote su uno scoglio.
E quel corridoio, sotto la scarpa, sembra allargarsi, sino a quando, Sassolina affoga in una pozza di mare.
Prende lo zaino la ragazza, è tempo di tornare in albergo. Un ultimo ciottolino da lanciare…
“Sassolina”
“Tondina, colorina”. Con il mare la strofina, e sotto il sole tornano a scintillare tutte le faville e Isellina può ancora ricordare.
Quante lacrime, quando non aveva trovato più Sassolina. Tante quanto la felicità di questo momento.
“Sassolina”
Prima di tornare all’albergo, entra in una gioielleria.
“Vorrei comprare una catenina d’oro” “Questa è la Sassolina da mettere come pendaglio”
“Signurì, non vale gniente” “La catenina è d’oro, questo è una pietruzza…è colorata, ma non vale niente”
“Questa Sassolina come pendaglio”.
Vi ricordate Sasso, voleva viaggiare, come quel parente americano, in una bella scatola di cristallo, a New York.
Appeso al collo di Isellina Sasso, anzi, Sassolina è sempre in giro. Al contrario del parente americano, però, è lei che guarda il mondo.
L’abbiamo detto, Sassolina conosce l’eternità. Ma da un po’ Isellina non va in giro per il mondo. Sassolina dondola al collo di Isellina.
Ma stamattina c’è una novità. Sassolina è sicura, prima, quella manina che cerca di afferrarla non c’era.
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Cosa essere Tu???
Coi cavoli e coi re
IOLE

Tanto tempo fa, in un paese vicino, nacque una bambina piccola.
Aveva grandi occhi del colore dell’ametista caduta nell’acqua del mare, e tanti riccioli neri.
La chiamarono Iole.
Cresceva Iole, la pelle bianca, il collo lungo. Non piangeva e non giocava e nessuno si accorgeva di lei.
Di giorno, prendeva i suoi libri, si rinchiudeva nell’armadio antico e leggeva a limpida voce, non era mai sola.
Un dì, un mago cattivo del libro la vide e decise di chiederla in moglie. Voleva una sposa bambina, con l’occhio turchino e vide Iole. Si presentò dal padre e gli disse:
“Mi devi dare tua figlia Iole e ti farò diventare ricco” .
Il papà, spaventato e neppure tanto meravigliato, disse : “Ti darò Iole”.
La piccina si rinchiuse nell’armadio, con tutti i suoi libri.
Lesse tanto ed implorò, sino a quando una piccola fata, uscì da una favola bella e disse:
“Ti aiuterò Iole, ma a qualcosa dovrai rinunciare.”
Non aspettò manco di saper cosa fosse, Iole:
“Sì sì, quello che vorrai, ma liberami da quell’orco e dagli uomini malvagi”.
Il patto firmato. Un ricciolo tagliato tra le pagine della favola bella.
Iole uscì dall’armadio.
Parlò, ma nessuno badava più a lei.
L’aveva detto la fata, sarebbe stata manuale o romanzo d’amore, condannata a dire parole, Iole.
Nessuno avrebbe più visto gli occhi ametista e i riccioli neri e alcuno l’avrebbe più molestata.
Cresceva Iole bella e brava. Ma tutti leggevano brava e anche Iole vedeva brava. E conobbe un ragazzo Iole e narrò parole d’amore.
Lui si innamorò, ma poi, letto il libro, si stancò.
E Iole raccontò storie di lacrime e dolore.
Beccava mollichine Iole, come gli uccellini delle fiabe. Ingoiava e sputava come la balena illustrata.
Solo parole. Poteva esistere solo a parole, quello era il patto tremendo con la fata.
Tornò nell’armadio e implorò Iole. La fata dal libro non uscì.
Ogni libro, appena letto, non esisteva più.
Ma questa è una favola bella.
E così, un giorno Iole incontrò una signora, non di parola.
“Sembri un cameo di madreperla”
disse a Iole, e sorrise.
“Allora mi vedi”, chiese Iole?
La signora, un po’ stupita, rispose:
“Certo che ti vedo, hai gli occhi color dell’ametista e i riccioli neri”.
Iole, spaventata, incominciò a raccontare.
E parlavano manuali, poesie d’amore e canzoni.
Ma la signora non l’ascoltava, tante volte letti ed ascoltati, li aveva dimenticati.
Disse:
“Iole, metti il vestito più bello, stasera andiamo alla festa”.
Ma Iole non aveva vestiti, solo parole.
“ Oh bella, disse la signora, conviene che tu ti vesta, non puoi mica andare in giro coperta di rime e di versi”.
Così, prese per mano la ragazza antica e la portò fuori a cercare un vestito di tulle e velluto e le comprò dei fiori per i riccioli neri e cristalli di schiuma per adornare il lungo collo bianco.
E andarono alla festa, luci, colori, musica e fianchi ondeggianti.
Venne un bel giovane ad invitare Iole.
La fece volteggiare e poi mise le mani nei riccioli neri.
Scivolò il tulle e il velluto.
Iole quella sera si specchiò negli occhi del ragazzo e poi nel mare. E vide i riccioli neri, la pelle bianca e gli occhi di ametista.
Racconta, infine la favola, che, nelle feste di primavera, si vedono ancora, Iole e la signora non di parola.
La prima, bella e coi riccioli, che danza di festa in festa, di notte in notte di tulle e velluto.
L’altra, modella camei di madreperla, di ragazze antiche di ametiste e riccioli.
Li appunta, nelle feste di primavera, sui cuori delle fanciulle, tra il tulle e il velluto.
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Marzo 15, 2008 at 12:47 am
Ciao bellissima come stai?Non riuscivo a trovarti
…
Ti trovo in forma, scrivi sempre benissimo. Una accogliente padrona di casa.
m.
Marzo 15, 2008 at 7:47 am
Ciao m. mi confondi [arrossita]
Marzo 24, 2008 at 4:09 pm
Angela, me le sono rilette tutte….
se è possibile le ho trovate ancora più belle!
Ieri sera ho raccontato di Azul alla mia nipotina che è rimasta a dormire con noi… era incantata!