Sweet home Puglia 26 giugno 2007

40 gradi, non fanno ancora il deserto.
Ma questo cielo giallo, come tempera alla quale si è aggiunto troppo bianco, sta scolando sulla terra.
I colori sbiadiscono sotto i gradi che aumentano.
E si mette pure il vento, solleva la polvere, la impasta nella biacca.
L’acquerello diventa gesso, si spacca.
La Puglia è terra che rischia la desertificazione.
Non riesco a immaginarla senza cieli azzurri.
Sono tanti, quanti gli orizzonti che puoi guardare e l’azzurro ha sfumature diverse. Si accende con il bianco della calce e della pietra. Si scolora sui tavolati di grano o sul mare.
L’orizzonte mostra che nella sfida, vince il mare.
Immaginarla senza fossi e margini colorati del giallo dei crochi e delle calendule. Arsa e bruciata dopo le trebbiature.
Ogni fenditura accoglie vita. Sulle scogliere a picco la pianta del cappero, con i lunghi pistilli di porpora e il profumo lieve.
Tra le dune sabbiose, i gigli acquatici e le canne, allungano le radici sino alle sorgenti.
Ho annotato, le perdite.
Il timo, poi la menta spigolata e le spatole e le orchidee selvatiche. I rovi con le more. L’edera e la salsapariglia. Il piccolo convolvolo con i fiori bianchi e rosa o lilla. La pervinca. Il caprifoglio, la pastinaca, i cardi. L’iperico, il finocchietto selvatico. La camomilla, la rosa canina e gli aglietti selvatici. Il papavero sonnifero.
Qualche seme portato da uccelli, lo aveva naturalizzato in qualche fosso.
Veniva coltivato dai contadini per farne un decotto (la papagna). Contro l’insonnia e per “far stare tranquilli”i bambini irrequieti.
Scomparse intere macchie di rovi e roverelle.
Prima fu il fuoco portato dell’uomo, poi quello scagliato dal Dio adirato, dal cielo.
Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. (Cesare Pavese, La casa in collina)
Inutilmente l’acqua cerca scampo, nei cunicoli che ha scavato nei secoli. Sono aumentati i pozzi. Deve esserci tutto un mondo liquido che scorre cercando riparo.
Il Consorzio ha le trivelle, i contadini i voti che valgono più dell’acqua.
Sprecata, inutilmente, dai rubinetti lasciati aperti, zampilla, fuggitiva.
40 gradi, una terra che brucia non dà illusioni.
Le farà specchiare questo giallo fermo, neppure il tempo di una Ave Maria.
E così sia.

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San Vito - 15 giugno 2007

abazia san vito
Abbazia di S.Vito - Località S.Vito, Polignano a Mare

La mattina del 15 giugno, San Vito, eravamo svegliati dalla “bassa musica” di Michele, di suo genero e di un loro amico.
Bassa, perché formata da un tamburo, un piffero e i piatti.
Michele, l’estate girava in paese, con la macchinetta per macinare i pomodori, per la salsa, nel resto dell’anno, aveva una bottega da stagnino.
Il genero, invece, che faceva il muratore, aveva sposato la sua unica figlia femmina.
Una ragazza esagerata.
Portava i capelli, neri come corvi, pettinati come la Cinquetti, in “Non ho l’età” più cofanati, però.
Metteva lo smalto e il rossetto di eguale colore: Rosso Montalcino.
Portava la minigonna, su un paio di gambe corte e grassocce, come quelle delle galline, sottili alle caviglie, con polpacci sempre tesi dallo sforzo di stare sui tacchi alti. Aveva le ginocchia grandi, con vari avvallamenti.
Eppure, il marito, quello del piffero, era un bel ragazzo con gli occhi azzurri.

La via dove abitavano era proprio via S.Vito e sulla loro casa c’era una edicola, a devozione, del Santo.
Giravano, con la banda, attraversando tutto il paese, con i ragazzini che correvano dietro, suonando strumenti improvvisati, pezzi di legno, ciabattine soprattutto.
Quel Santo, comunque, già lo conoscevo, pure inconsapevolmente.
Era tra i santini che nonna aveva messo nell’abatino a forma di cuore che mi aveva cucito e che portavo attaccato alla camicina.
Stava insieme a S. Lucia, S. Rita, i S. Medici e S. Rocco e a delle pietruzze (sempre insieme, sacro e profano).
Ognuno mi proteggeva da qualcosa.
Mi piaceva quel Santo, perché aveva i “cacciuoli”, come diceva mio nonno. I due cagnolini e la palma, in mano.

S. Vito è anche una località di mare, dove i nonni prendevano casa l’estate, perché il nonno doveva fare le sabbiature.
Le nuore e le figlie andavano a stare da loro, a turno.
Non più di due per volta. Era l’occasione per incontrare le cugine.
La mattina, ci alzavamo presto e andavamo nel porticciolo ad aspettare i marinai, per comprare la cassa di sarde o alici.
Spesso, mentre le donne pulivano il pesce, i maschi facevano la brace sulla spiaggia. Si mangiava pesce arrostito a colazione, con lunghi sorsi di birra, i grandi, l’aranciata o la gazzosa, noi bambine.
Mangiava persino mio padre, a cui non piace il pesce azzurro, perché, secondo lui “sa di mare”.
Mia madre mangiava le alici più piccole, crude, con il limone.
Alcune mattine, quando il nonno andava alle sabbiature, ci incamminavamo per raggiungerlo.
Dal porticciolo, una ripida strada giungeva ad uno stretto passaggio, tra due colonne.
La statua di S. Vito, di pietra dipinta con colori vivaci, ne sormontava una.
Attraverso campi, si raggiungeva un’altra spiaggia, dove il nonno faceva le sabbiature.
Spesso, incontravamo le vacche al pascolo, perché lì vicino c’era una grande masseria. Qualche volta c’era pure il toro.
Per questo non mettevo niente di rosso. Ma le cugine, che erano dispettose, tiravano fuori un fazzoletto rosso, per farmi spaventare.
Una volta, abbiamo fatto una bella corsa.
Al ritorno, il nonno mi metteva “a cavalluccio” sulle spalle e mi faceva prendere i fichi da alcuni alberi, piantati oltre il muretto di pietra di calce.
E se passava l’uomo del ghiaccio ci prendeva la “rasca rasca”.
Quando oltrepassavamo le colonne, per tornare a casa, il nonno si faceva il segno della croce per devozione al Santo.
Difatti, proprio di fronte, c’è l’Abbazia di S. Vito, costruita su una rupe, ricamata dal tempo e dall’acqua.
All’interno, le case sono affittate per le vacanze estive e si vendevano i pomodori per fare la salsa, coltivati negli orti vicini.
Affacciandosi dalla loggia, sulle mura, si vede il mare e una torre di vedetta.
La spettacolare vista delle alte scogliere di Polignano è stata cancellata dalla costruzione di case e ville estive.
Fuori, vicino alle porte dell’Abbazia, in alcuni locali c’è il bar.
I grandi andavano la sera a giocare alle carte e a bere birra.

S. Vito è pure un ballo e una malattia.
La nonna (di origini campane) lo confondeva con il morso della tarantola.
Lei non sapeva ballare “la pizzica”. Sua sorella Maria, più piccola, invece, era bravissima.
Con il fazzoletto piegato a triangolo, tenuto dai bordi, tra indice e pollice, scivolava sul pavimento con quei piccoli passi.
Il suo cavaliere, con che perizia la corteggiava, con insistenza, con lo stesso ritmo ossessivo della tammorra.
Alla fine, lei cedeva e dopo tutta quella serietà, si apriva al sorriso.
Una fatica.
Questo pensavo, quelle volte che l’ho vista ballare.

Sono molti a festeggiare S.Vito, come onomastico. Maschi e femmine. Viene anche associato a un secondo nome, ad esempio. Come protezione. “Santo Vito” si dice ancora, per scaramanzia, quando ti complimenti per la buona cera di uno, per la riuscita di un’altra.
Vito e Vitina.
Sono due vecchi amici di mamma. Ottantenni.
La prima volta che ho conosciuto Vitina, mia madre mi disse “ questa è come la mamma”.
Non mi piacque subito, un’altra mamma, ora che ero appena tornata a stare con l’originale.
Era molto gentile, invece, forse, come diceva mamma, perché le avevano ucciso il padre. Un grave fatto di sangue, avvenuto anni prima.
Un omicidio passionale. Lui aveva fatto da paciere e, per vendetta, lo avevano accoltellato.
Vito, il marito, sorrideva sempre e mi faceva ridere.
Poi, mi piaceva la stadera che aveva nel garage.
Mi facevo pesare e aspettavo che aggiungesse i pesi di ferro da un etto o due sino ai dieci grammi.

Da una decina d’anni, Vito non riconosce più la moglie e quando la vede dice “signora, ma ci conosciamo, mi sembra di averla vista da qualche parte” e sorride, ancora.
Non è uno scherzo. Ha perso la memoria.
Chi non ha memoria non ha più vita.
Resta l’illusione, per chi guarda la crudeltà della malattia, di fare rimanere frammenti di quella vita persa, nel proprio ricordo, nella propria memoria.
Trattenerla, per sempre, nel racconto.

Aggiornamento: Vitina è stata ricoverata in ospedale, è caduta e si è rotta il femore.

Il ballo di San Vito , Vinicio Capossela

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Una madre 26 giugno 2007

L’ostetrica era ubriaca.
Arrivò, dopo che il freddo l’aveva chetata, accompagnata, in macchina, dall’amante.
Solo per prendersi i soldi.
Mia nonna, le doglie le sapeva riconoscere, nel silenzio che assaliva all’improvviso la faccia, mentre la bocca si storceva per il dolore e le mani correvano a tenersi la pancia; nel grido che mia madre, inutilmente, voleva liberare.
Le teneva una mano sulla bocca, glielo respingeva in gola il grido, si lasciava mordere.
Non c’era fiato da sprecare.
Aveva preparato tutto, sapeva già che la “mammara” si stava facendo riscaldare dal vino e dal ventre grasso dell’amante.
L’aveva fatta chiamare solo perchè tagliasse il cordone.
Una stravaganza fare tagliare il cordone ad un’ubriaca, ma mia nonna aveva paura.
Era chiamata, con scherno, dalle figlie, “la dottoressa”, perché conosceva la medicina tradizionale, inventava rimedi e dava spiegazioni.
Aveva le sue convinzioni.
Per esempio, che la vita fosse racchiusa nel cordone e che di lì passasse nell’ombelico.
Non andava toccato. Era la porta della vita.
Il dolore fisico pareva che non la riguardasse.
Aveva sempre partorito da sola, mia nonna.
Quando sentiva arrivare le doglie, mandava mio nonno a chiamare la mammara. Cacciava tutti, non le sarebbero stati d’aiuto, solo un impaccio potevano essere e per la rabbia l’avrebbero costretta ad urlare, impotente.
Non c’era fiato da sprecare.
Accoccolata, con le gambe aperte, partoriva. E restava attaccata a quel cordone che non avrebbe mai reciso da sola, nell’attesa che arrivasse la mammara.

Ero la sua pupilla, per quella combinazione di non esserle figlia, ma di avermi fatta nascere.
La sua allieva prediletta.
Chi è la madre? Non lo impari mai.
La riconosci, quando c’è.

Mi portava sempre con sé la nonna. Per mano.
Un giorno di giugno, di buon mattino, mi fece vestire con un abitino leggero, di battista. Dovevamo andare in un posto, io e lei.
Le zie non vollero venire. La nonna prima si arrabbiò, poi le lasciò stare.
Porto Angela” “E’ venuta coraggiosa come me
Avevo sei o sette anni. Non le chiesi dove saremmo andate, la risposta mi inquietava e non l’avrei mai delusa.
Sono coraggiosa come lei”. Pensavo.
Camminammo a lungo.
La nonna non diceva neppure una parola. Mi dispiaceva, perché mi piaceva ascoltarla, mentre mi raccontava storie vere o inventate. In italiano, lentamente, per non sbagliare le finali.
Che bella nipotina” dicevano le signore che incontravamo.
Lupe te fotte lupe te fotte” ripeteva tra i denti la nonna, per non farsi sentire e ficcava il pollice tra l’indice e il medio, piegati.
Mi divertivo, era l’unica frase in dialetto che mi faceva ripetere con lei.
E mi faceva fare anche quel gesto proibito. Poi ridevamo insieme. Senza esagerare.
Temeva la fascinazione della gente, come il contatto con l’ombelico.

Avevamo attraversato tutto il paese e camminavamo lungo una strada che portava solo in un luogo.
Il camposanto.
Mi stava portando alla riesumazione di sua figlia.
Era morta, quando aveva otto anni, al tempo delle processioni, in giugno.
Se ne andò, mentre le verginelle, seguivano la testa decollata di San Giovanni.
Il medico da giorni aveva detto che non c’erano speranze, peritonite.
Ma “la dottoressa” volle verificare con un’ultima diagnosi, la chiara dell’uovo.
Appena questa affogò nell’acqua non ci furono dubbi.
Tutte quelle figurine, disegnate dai filamenti di bianco erano le verginelle che avrebbero seguito la bara.

L’uomo del camposanto aveva già tolto la terra, della bara di legno restavano solo frammenti marci.
Mia nonna si era vestita di nero.
Si è messa in ginocchio, con le gambe aperte, come se stesse partorendo e con le mani ha iniziato a setacciare la terra, palmo a palmo.
Lentamente, carezzandola.
Cercava nella terra, spazzando piano, quello che restava, povere ossa
.
L’uomo del camposanto, le dava fretta. Lo guardò e quello sparì nella terra, accanto.
Mi raccontava della bimba, della malattia, delle verginelle.
Riaffioravano brandelli di vestito, che la nonna scuoteva con cura, come se la bambina fosse ancora lì.
Dalla terra, fertile, le mani affondate cercavano le ossa.
Insieme le pulivamo con l’alcol e le appoggiavamo su un grande fazzoletto di lino bianco, ricamato con le iniziali della bambina A.G.
Per ultime, prese le ciocche di capelli che il terreno aveva custodito.
Per paura di spezzarli, li carezzava come se li stesse pettinando. Piangeva.
E si dondolava sulle ginocchia.

Prese le cocche del fazzoletto, le annodò dopo averle incrociate, fece un fardello, uguale a quello in cui mettevano i bambini.
Iniziò a cullarla, stringendola al cuore, rallentando piano piano, come quando il piccolo si è addormentato, per paura che un movimento brusco possa svegliarlo.
Piangeva. Straziata negli occhi e nel sorriso. Tra le braccia si ninnava il dolore.
Poi ripose il fardello nella culla di latta, che l’uomo del camposanto avrebbe chiuso, per sempre.
Tornò a setacciare la terra smossa. Senza più riguardo.
Con rabbia, sollevava la terra, come si fa col grano, col setaccio, per separarlo dalla crusca.

Si stava sporcando il vestito.
Quando tutto il terreno fu passato, la nonna chiamò il camposantiere.
Dammi l’anello” gli sputò in faccia, con le mani sporche di terra, pronte a prenderlo per il collo.
Tu si matt” Gridò l’uomo.
Ti lascio morto in questa fossa” “Dammi l’anello
Non ne so niente, sono quelli della sepoltura che fanno tutto, tolgono tutto, prima di chiudere”.
Era disperata. Non era il valore dell’anellino.
Quella mancanza le dava delirio.
Sulla terra restava qualcosa della sua Antonetta, sulla mano di estranei.
L’anello non avrebbe dato pace a quella mancanza.
Lo maledisse, gli maledisse la moglie e i figli, gli augurò tormenti e una fossa poco accogliente, pure da morto.
Poi prese quella cassa di latta, tra le braccia, per portarla all’ossario. Con la mano libera, si tolse la terra dalla gonna, diede una rassettata alle trecce e mi prese la mano.
Camminavamo nel cimitero, vuoto.
Quelle statue davanti alle cappelle gentilizie mi spaventavano.
Lei, camminava, ma non stava là, con me.

Le strinsi forte la mano, poi sarei stata da capo coraggiosa.
Nonna…” stavo per mettermi a piangere.
“Sta qua la nonna”.

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25 Aprile [25 aprile 2007]
annunciazione

“E’ iniziato il lamento.”
Così mi ha detto la padrona di tutto a mille.
“Fa caldo e in campagna tutto langue.”
Ha detto proprio così.
“Pioverà quando c’è da raccogliere le ciliegie.”
Ha terminato, scuotendo la testa.
Mi sono fermata per vedere se aveva dei coperchi. Non ce n’erano e per non far figure, ho comprato delle mollettine con le margherite e con le coccinelle.
In effetti fa caldo. Il sole sta tramontando e fa caldo. E’ l’orario giusto per lasciare le strade principali zeppe di macchine che tornano, e percorrere quelle secondarie. La campagna prende fiato, dopo la giornata calda e respira. Io con lei, tutti i profumi dell’erba e delle piccole mandorle tenere.
Ma non si possono più mangiare, nè si possono strizzare gli occhi per la bocca acidula.
E non posso trattenermi a lungo.
Questi nuovi giovani contadini sono molesti.
Con i padri potevi chiacchierare e ridere. Questi hanno ereditato le terre.
Sono arrivati un po’ tardi, non c’erano più posti. Hanno preso il pezzo di carta e poi sono tornati alla campagna.
La odiano. Non hanno la coerenza d’amore dei padri.
Il rispetto lo mescolano con il veleno, quando innaffiano.
Per questi, il lamento non è mai finito.
Eppure riempiono le casse dei depositi e…prestiti.
Torno sulla strada principale, entro in paese.
Il cubano non c’è più, davanti alla porta, a fumarsi il sigaro. E’ morto pochi mesi fa. Non mi ha dato il tempo di fotografarlo.
Mi faceva impazzire, tutte le volte dovevo scansarlo con la macchina, perchè camminava al centro della strada.
Una volta gli ho suonato il clacson. Si è girato e, minacciandomi col sigaro, in dialetto, mi ha chiesto
“Cos’è che vuoi?!”
“La strada non è la tua.”

C’è un bel movimento.
E’ sempre così a quest’ora, ma domani si svolge la fiera annuale delle bestie. Oramai è un mercatone pieno di sedie di vimini, le bestie, sono i pesci rossi e i pulcini.
Quelli che ti mettono nella busta da portare a casa.
Però puoi ancora comprare gli attrezzi per i campi, vanghe, accette, fatte dagli artigiani.
C’è movimento, a maggio si vota.
I candidati “passeggiano la piazza” con i fedeli del comitato elettorale .
Salutano, ammiccano. Fermano le macchine che passano lente, sulla strada principale. Guardano di sottecchi.
Non sono una loro votante.
Uno fa egualmente il tentativo.
“Carissima”
“mamma come sta?”
“il papà?”.
“Me li saluti tanto.”
“Non mancherò.”
Proseguo, in processione, e mi guardo intorno. Questo maledetto paese. Alzo il volume dell’autoradio.
I pali delle luminarie, per l’imminente festività, rendono la strada più stretta.
Devo rimettere continuamente la prima, per dare la precedenza all’indolenza dei nativi.
Gli hanno costruito larghi marciapiedi, ma continuano a camminare al centro della strada, ti vedono arrivare e rallentano, per guardare meglio.
Hanno un fiuto speciale, come segugi scovano l’intruso.
Sui muri, sfilano i manifesti per un 70° di Gramsci.
C’è movimento.
I ragazzi e le ragazze si staranno preparando per il 25 aprile, per la festa dell’Annunziata.
Staranno cercando compari e commare o vanno in merceria, a comprare fiocchi colorati per il rito magico.
Chissà se ricevono in regalo la spilla d’oro con il proprio nome.
Il significato di questa festa, è stato stravolto. La chiesa ha conservato la cerimonia, ma per celebrare la Madonna dell’Annunziata.
La tradizione pagana, invece, era una iniziazione sessuale.
Colei e colui che sceglievi, come accompagnatore (accompagnatrice), in questo passaggio stretto, rappresentava la guida, il modello di riferimento.
La mia madrina, fu una sorella di mia mamma. Non fu una buona scelta.
Sono rimasti i “fiocchi” e i giri. Probabilmente si regalano un cellulare nuovo o la digitale.
Poi c’è la consuetudine religiosa.
Spesso precede, come la cresima, il matrimonio.
Mia madre mi ha messo, in un cesto, un po’ di fave novelle, sottratte al caldo e al topo talpato. I fiori che mio padre le ha raccolto dai campi e i carciofini appena messi sott’olio. Sanno ancora d’aceto.
Non la bacio mai, quando vado via.
Resta sullo scalino a guardarmi.
Abbasso il finestrino
“Ah, ma’ tanti saluti da…”
“Non vado a votare”
Mio padre le è comparso alle spalle.
“Ma se ti stanno asfaltando la strada”.
Stava sbottando con violenza, ma mia madre gli ha messo due dita sulla bocca, come un bacio.
Rialzo il finestrino e riaccendo l’autoradio.
Mi allontano tra strade interrotte e macchine per asfaltare.
A maggio si vota.
Cambiano le amministrazioni, ma prima delle votazioni, tutte, di destra o di sinistra o centro, non ho mai capito perchè, rappezzano e illuminano le strade.

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Il topo talpato [19 marzo 2007]

E’ un piccolo roditore che scava galleria nel terreno. Come una talpa, ha il pelo lungo e lucido. Non è cieco e ha il muso e le zampette del topo.
Esiste?
Senza dubbio, nella campagna di mio padre.
Gli mangia, tutti gli anni, i germogli delle piante di patate, piselli e fave novelle. Rosicchia i piccoli carciofi. Li sottrae a mia mamma che ne farebbe carciofini sottolio.

Diavolo di una bestia.
Sicuramente avrà un suo nome scientifico e anche uno comune, ma nella mia famiglia, tra amici e conoscenti diciamo topo talpato.

Mio padre è un anziano contadino. Tutte le mattine prende l’automobile o la bicicletta, in primavera, e va nel piccolo podere, internato, tra grandi proprietà.
Zappa, si guarda gli alberi, raccoglie asparagi e cicorielle.
Un tempo mio nonno aveva piantato garofani rossi e una pianta di rose. Mia nonna li metteva sul comò, in camera da letto, davanti alle immagini sbiadite dei defunti.

Mio padre conosce solo gli alberi da frutto e con i fiori s’incasina. In giardino, per esempio, è riuscito a trasformarmi la magnolia che è un arbusto, in albero con tronco lungo e sottile.

In campagna non si annoia, raramente, incontra qualche coetaneo con cui chiacchierare. Pensa e continua a farsi domande importanti.

Un tempo era un bracciante agricolo.
L’uso dei termini è importante.
Contadino era quello che aveva un po’ di terra, sua o in affitto e la coltivava.
Lui, orgogliosamente, bracciante, operaio della terra. Di quelli che un tempo venivano assoldati nella piazza dal uantiere, il caporale.
C’era anche l’equivalente femminile l’antera, e la piazza delle femmine. Perché il sesso si prendeva i suoi luoghi di lavoro.

Pigro e svogliato, non aveva voluto frequentare la scuola. Il tempo di fare la firma. Via ad imparare il mestiere.
Il migliore nella categoria di innestatore e potatore.

Socialista e facinoroso aderiva a tutti gli scioperi, serrate e picchetti che i sindacati organizzavano, in quegli anni, nelle campagne. Non si scherzava negli anni ‘60.
Non avrebbe trovato, sicuramente lavoro, testa calda. Ma di lui, il migliore, non si poteva fare a meno. Novantanove su cento, le piante di ciliegio, innestate, attecchivano.
Gli alberi e le vigne potati da lui, i più ricchi di frutta.

Quei tre anni all’elementari gli avevano, comunque, insegnato a leggere, a sillabe, lentamente. Ma di tempo ce n’era.

Mia madre, affascinata dal racconto, continuava la tradizione di suo nonno e ci affabulava dinanzi al caminetto. Mio padre leggeva con frustrazione i giornali.
Perché il tempo, comunque non lo aiutava a capire le parole. Lui era povero ne aveva poche in saccoccia. E quelle usava.
Per tanti ragionamenti, perché lui, il bracciante salariato si faceva domande importanti e aveva scoperto che la ragione sa dare risposte.
Ma sempre poche le parole. Comunque poche le parole che possedeva.
Il padrone ne aveva molte di più e anche quei giornali che leggeva ne scrivevano di difficili. E lui capiva che lo confondevano.
Poi sono arrivate le mie elementari. E la befana portò il vocabolario.
E’ diventato il libro preferito di mio padre.
Lo ha studiato sistematicamente, consultato all’occorrenza, in pratica, sempre.
E quando il padrone diceva parole sconosciute, quando leggeva parole complicate, prendeva un pezzo di carta e se le appuntava. Poi tornava a casa e iniziava il lavoro di capire.

Ha sempre creduto che la promozione culturale è la vera promozione sociale, perchè contribuisce a potenziare le scelte.
Dice che un padre deve mettere le condizioni perché i propri figli abbiano più possibilità dei propri genitori. La sua rivoluzione era questa.

Col tempo le sue tasche si sono riempite di nuove parole e significati.
Mia madre continua a trovare bigliettini dappertutto, nei pantaloni, nelle giacche.
Parole sparse.
Ma lui continua ad usare sempre le sue, poche e semplici.

A un suo compleanno gli abbiamo regalato un vocabolario, nuovissimo, con tutti i sinonimi, i contrari e i neologismi.
Ci ha messo del tempo ad apprezzarlo, preferiva quello vecchio, logoro.
Una parola, un significato. Semplice.
Questo nuovo, per ogni parola una estensione di significati. Complicato.

Meglio inventare nuove parole, il topo talpato.
O ammazzito. Di qualcuno smunto, smagrito.
Noi usiamo sempre questo termine nelle conversazioni “da quanto tempo, ma ti sei ammazzito?!”.

L’altra sera, a cena, ne ha inventato un’altra: mummiare.
Non vuol dire imbalsamare, no. E neppure procedere come un insaccato.
Vuol dire fasciare.
Elementare no.

Aggiornamento: mio padre da in pò di tempo legge libri. Ha iniziato con quelli di storia, ora è passato al romanto storico e alla saggistica. Quando i lavori in campagna glielo permettono, legge un libro al mese.
L’ultimo, che gli ha regalato mia figlia, è di Leonardo Sciascia “La scomparsa di Ettore Majorana”.

P. Mascagni, Cavalleria Rusticana - Intermezzo

Com’era verde la mia campagna [6 marzo 2007]

E’ arrivato il tempo di potare le vigne.
Non l’ha deciso la luna.
C’è che fa troppo caldo, bisogna fare presto, che le gemme son gonfie.
Il vento porta l’odore acre dei lunghi tralci che vengono bruciati e fumo grigio nel cielo azzurro.

I rami vengono tagliati con mestiere, raccolti, accatastati in falò e poi bruciati.
Cenere alla terra, per concimare gli alberi.
Un tempo, ci facevano cuocere patate e lambascioli sotto quella cenere calda, o ci sbruciacchiavano le cipolle, quelle lunghe, da mangiare a morsi, con il pane.
Poi lunghe sorsate di primitivo dalla bottiglia. La bocca veniva pulita, passando la manica e via, di nuovo a potare, sino al tramonto.

Le donne, smettevano sempre un po’ prima.
Il loro compito era quello di raccogliere i tralci e portarli in fondo ai filari per tagliarli, per farne fascine da portare a casa, per l’inverno.
Prima di andar via, raccoglievano asparagi selvatici, erbe da fare in insalata o da cucinare con la pasta.
Erbe con nomi in dialetto o nessun nome.
Raccoglievano teneri germogli di [salsapariglia], per la frittata e dei piccoli [iris] da mangiare in insalata.
Non mi ricordo raccogliessero borragine, che pure c’era in abbondanza lungo i margini della strada.

Poi legavano le fascine sulle biciclette che portavano dal manubrio, loro a piedi, lente, si fermavano a raccogliere cicoria.

Ricordo due sorelle, anziane, passavano tutti i giorni, mattina e sera, con una bicicletta verde, lucida, il cestino e dentro la gallina.
La portavano in campagna, con loro. Non si fermavano a parlare con nessuno e non si giravano neppure quando erano chiamate dai cori dei ragazzini.

Mia madre tornava a casa con fasci di calendule, prima ancora che io imparassi a memoria la donzelletta. Quelle di color giallo chiaro. E con rami di biancospino, giusto per far sanguinare un po’ le mani e per metterli, oramai spogli, nei portafiori.

Noi bambine, infatti, prima che potesse entrare in casa ci facevamo cadere in testa tutti quei piccoli petali bianchi, battendo le mani “evviva la sposa, evviva la sposa”.

Il colore dominante verde, nei campi, alto nei prati incolti, e nei rari campi a seminativo. Lungo i bordi delle strade.

Guidavo piano, oggi pomeriggio, per non perdermi neppure un punto di verde. E di giallo.
I finestrini aperti, per sentire il profumo di quei piccoli falò.
Poca borragine ai margini e i mandorli che vanno perdendo petali.

Tutto quel verde ha i giorni contati.
C’erano i trattori a rallentarmi l’andatura. Portano occhiali neri, come spioni, i trattoristi, e parlano col cellulare. Non distinguono gramigna da erba medica.
Lenti, ma tesi alla scopo, eliminare tutto quel colore verde.
Vanno a rivoltare zolle, ricolorano di marrone.

Poi sono andata in terrazzo, a raccogliere le lenzuola che avevo steso al sole.
A piegarle con calma, come in una giornata particolare.
Le poso nel cesto, senza fretta, restando a guardare mentre sventolano leggere, il tempo di staccare, senza schiacciarlo, un verme nero e rosso attaccato ad una federa. Verme della vigna, direbbe mio padre, che quella è l’unica differenza. Solo vermi, con preferenze: mandorli, ciliegi, ulivi o vigne.

E tutte le volte mi stupisco e mi compiaccio.
Dopo aver sollevato il cesto con i panni ripiegati, resto ferma.
Lascio che il sole mi disegni l’ombra, lunga. E la spezzi contro il parapetto della terrazza.
Vedo una immagine antica, una donna che stringe contro il petto un cesto di panni.

7 Risposte to “[La luna e i falò]”

  1. Fausta Dice:

    “si fermavano a raccogliere cicoria”
    non ti commento tutto il post… ti dico solo che mi sembrava di essere affacciata all finestra della cascina a guardare il panorama, il lavoro dei campi, tutto quel mondo genuino intorno a me.
    Quella frase che ho racchiusa tra virgolette mi ha strappato una risata ripensando a quando andavamo - tutta la famiglia di mio marito…sorelle, fratelli, figli e nipoti - nelle campagne intorno a Firenze dove era trascorsa la loro infanzia…
    Andavamo a cercare radicchio, asparagina, cicoria…
    Io - unica cittadina - chiedevo a mia suocera un campione delle erbe da cogliere che altrimenti non avrei riconosciuto…..
    Poi ho imparato anche io…..

  2. ange Dice:

    @Fausta, tu affacciata alla finestra della cascina. Da me a quella della “lamia”

  3. mauro Dice:

    Vabbè, dillo che aspettavi Mastroianni in terrazza, non è arrivato e t’ha mandato un po’ in confusione ;))

  4. Angela Dice:

    Confusa(?) e felice, certo ;)

  5. Chi è la madre? « myfavoritethings Dice:

    [...] [La luna e i falò] [...]

  6. amy Dice:

    Stavo cercando un B&B e ho trovato delle belle descrizioni della Puglia. A metà luglio ci vado per le ferie.

  7. ange Dice:

    La Puglia è bella. Buone vacanze, Amy :)

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