Sino a un paio di anni fa bisognava allinearsi in statale – il fine settimana - per accedere agli ipermercati aperti, nella regione, in questo ultimo decennio: quelli francesi e le Coop.
Alle casse, dovevi metterti in fila, dietro ai carrelli stracolmi. Gente di ogni ceto e portafoglio.
La clientela andò diversificandosi, già con l’apertura del Millennium.
Quella più popolare rimase ad affollare le gallerie dell’Auchan.
Bivacca, fa lo struscio, gratta e non vince.
Sono pensionati, casalinghe emancipate con le amiche o con le mamme, invalidi civili e ragazzi che fanno “bollo” a scuola.
L’Ipercoop è frequentata, maggiormente, da impiegati, professionisti, lavoratori, che hanno sempre fretta.
All’Auchan si predilige il carrello, alla Coop il cestino.
Agli inizi, c’era buona qualità e diversificazione dell’offerta; col passare del tempo, intere aeree dei medesimi ipermercati hanno ceduto lo spazio alle merci discount.
Negli ultimi anni - con evidente incremento negli ultimi mesi- è aumentata la “predilezione” per questi prodotti.
I carrelli, comunque, non vengono più riempiti come un tempo.
Scene da delirio, solo alle feste comandate.
Tornano ad avere clientela, viceversa, i piccoli supermercati di città e di paesi, e i mercati settimanali.
Quelli giornalieri modulano l’offerta: fare la spesa a mezzogiorno, offre più risparmio.
I soldi sono pochi. Si lamentano ora i consumatori.
I commercianti lo fanno sempre.
Le famiglie si stanno impoverendo. Ma guai a dire che ci sono i poveri.
Eppure, si vedono scene che osservavo da bambina.
Il quaderno dei debitori, per esempio.
“Segni” oppure “Scrivi”
Si diceva al salumaio o al macellaio.
Quello tirava fuori un quaderno con la copertina nera, così sporca di impronte che potevi vederle, persino, senza guardare in controluce.
All’interno, sui fogli, le macchie di grasso scolorivano l’inchiostro. I numeri e le lettere parevano diluiti, si allargavano, sfumavano.
“Fammi vedere” dicevano le signore, per non essere imbrogliate. Già subivano le bilance non tarate e la cresta sul resto, ci mancava la scrittura infedele.
Quelle più attente e che sapevano scrivere, avevano un loro quadernetto e segnavano i loro debiti.
Provavano molto imbarazzo e parlavano a bassa voce, tra i denti, faceva segno con l’occhio al negoziante.
Perché la povertà è una vergogna.
A scuola, se volevano umiliare qualcuno, bastava dirgli che era povero.
Una parte d’Italia è cresciuta con il bisogno di vendetta, maggiore della volontà di riscatto.
C’era la tessera di povertà.
Ma raramente ne usufruivano i veri poveri, impegnati ad occultare il loro status. Piuttosto era utilizzata da benestanti furbi e risparmiatori. Parenti dell’assessore.
Bisogna capirla, la gente.
Quella che aveva fatto la fame e che aveva frequentato le adunate dei camerati (figli di lupe, giovani balilla).
Ricevevano vestiti, tessere per il pane, insieme all’attestato di partecipazione all’impero fascista che li faceva sentire importanti.
Apparentemente, non erano poveri e venivano abilmente integrati in quelle cerimonie, in quelle simbologie di appartenenza.
Sarebbero stati, per sempre, riconoscibili e riconoscenti a chi li illude.
Atteggiamento atavico, quello di nascondere la povertà.
Mia nonna non si faceva mancare le primizie, mia madre, ancora oggi confonde la magrezza con l’indigenza.
Traumi difficili da dimenticare. Le ragazza magre non trovavano marito.
La povertà rendeva brutti. Solo la commedia all’italiana e la “letteratura” di Liala, prometteva illusione per quelli “Poveri ma belli”.
Ci penserà il boom economico a ridare simboli e rituali per nascondere la povertà.
Ma oggi…
Nessuno vorrà ammetterlo, ma ci sono i poveri e non sono invisibili.
Li incontri, al discount europeo, alla Lidl, per esempio.
Continuano a vestirsi come se fossero ancora negli anni ’80.
Sono brutti e capaci di stupore “come fa caldo qua dentro” dicono, restando con la bocca aperta, come bambini.
Sono Italiani, cacciati dalla città, dapprima nell’area metropolitana e da questa nei paesini dell’interno. Hanno numerosi figli che non manderanno a scuola.
Insidiati, nei lavori, dagli extracomunitari.
Trovi pure questi ultimi, al supermercato, e scopri che ce ne sono tanti, sposati, con bambini, ragazze. Russi, slavi e africani. Gli albanesi, arrivati da tempo, sono maggiormente integrati.
Sono muratori e contadini. Alcuni lavorano con gli artigiani locali.
Le loro donne vanno “a servizio”, fanno le badanti o le operaie stagionali, nei magazzini di frutta.
Li trovi solo in quel posto, poi spariscono.
Nei piccoli centri, al contrario delle città, le piazze e i giardini sono ancora luogo di ritrovo per i giovani e gli anziani.
Spariscono ingoiati dai grattacieli dell’edilizia popolare.
Solo i cinesi, com’è loro consuetudine, occupano quartieri, creano comunità.
Questi sono poveri, per noi, che li guardiamo.
D’altro canto, difficilmente capirebbero l’imbarazzo dei poveri italiani.
Quelli che allo stesso supermercato riempiono i carrelli e che hanno imparato dai padri l’illusione.
Si riempiono di oggetti, simbolo di benessere.
Al parcheggio, hanno le macchine più costose, superaccessoriate. Sono attaccati, mentre pagano, al cellulare ultimo modello.
Hanno comprato il televisore al plasma.
Partecipano ai riti di ostentazione.
Non si fanno mancare il ristorante il sabato e le ferie a ferragosto.
Non fanno laureare i figli, ma si indebitano per fare le comunioni.
Guardano la televisione, parlano con e della televisione : Grande Fratello, C’è Posta per te. Uomini e Donne.
Si sentono importanti, perché possono chiamare i loro beniamini per nome, Silvio, Maria, Costantino, Alessia, Flavio, come se fossero di famiglia, amici.
Questi, come dice mio padre, non potranno mai votare la sinistra, per loro equivarrebbe ad una ammissione di povertà.
Preferiranno, per sempre, chi gli dà la possibilità di stare a guardare, di illudersi di stare dalla stessa parte.
Niente di strano, allora, che la novità in politica continui ad essere il padrone delle televisioni.
Non c’è da farsi illusioni. La sinistra ha dilapidato identità e cultura.
Quando in un programma politico troverò tra i primi punti l’istruzione (il merito), la formazione e la cultura, tornerò a votare.
Nota personale: questo post è stato ispirato da mio padre, che mi ha insegnato ad avere questa attenzione e tanta passione per la “vita civile“.