A me e a mia madre ci divideva il cibo.
Io non mangiavo, dice lei.
Facevo le storie, frignavo, dovevo dividere i bocconi con le galline; lei doveva chiamare l’uomo dei coperchi.
“U cheverchiere” andava per i paesi, vendendo coperchi di alluminio di ogni dimensione; era grasso, rossiccio di barba, più scuro di capelli, un Poncho Villa che al posto delle cartucce, sul petto, incrociava i coperchi, infilati con lo spago. Girava il paese scuotendosi come un mammutone, con gran fragore, esplodendo in risate sguaiate. Faceva apprezzamenti pesanti sulle donne e più di una volta era stato allontanato dai maschi del paese, quelli più suscettibili, perchè le donne, al contrario, sembravano apprezzare e si schermivano. Quei modi e il fracasso impaurivano i bambini, e per questo motivo era evocato, insieme ai lupi e all’uomo nero (che ti teneva un anno intero), come spauracchio.
Lui un po’ faceva la parte, poi sorrideva, e con il permesso delle mamme offriva le caramelle, ma inseguiva i maschietti che arrivavano di soppiatto a rompergli i coperchi, proprio mentre faceva il cascamorto con qualcuna. Lo tenevano sempre sull’uscio di casa, comunque, al contrario di altri ambulanti che arrivavano in paese a vendere varia mercanzia: i panni per il corredo, i pizzi fiorentini, tendaggi e broccati. Spilli, no!
Alcune li facevano entrare in casa, anche se erano sole, altre si facevano travare con l’amica o la sorella, per farsi compagnia, affinchè le malelingue non avessero da ridire.
Passava ogni tanto (e poi pioveva) quello che metteva i punti e le pezze ai tegami e ai piatti rotti e riparava gli ombrelli. Seduto sul marciapiedi, con gli spettatori intorno che commentavano, insinuavano, sino a quando non arrivava la padrona a cacciarli a male parole. E girava – ma di rado – quello che raccoglieva i capelli delle donne, scambiandoli con pettini e fermagli.
A mia madre proprio non piaceva cucinare. Continua a leggere…
A parole tue