Sempre le stesse storie

vaneyck

Anche quell’anno era di moda il colore viola, ma per il vestito volli una tonalità meno vistosa, più vicina al lilla. Non potevo andare al matrimonio della mia migliore amica vestita di viola, neppure con una scusa valida “il matrimonio è alternativo” 

Si sposavano due compagni, eh,  compagni del PCI.

Mi presi un abito composto da una gonna, longuette e abbottonata davanti, con un gilet dello stesso colore. Unica nota fashion, l’arricciatura della stoffa intorno al giro manica e sotto l’orlo della gonna che per fortuna era aderente.

Insomma, io con questa storia dell’alternativo, per lungo tempo – per tutti i matrimoni dei compagni – non sono riuscita a vestirmi come mi piaceva di più, con eleganza. Nell’indecisione e per non farmi notare, mettevo sempre il vestito sbagliato per me, chè per l’occasione andava sempre bene.

Comunque ero già abbronzata e l’abitino risaltò, egualmente. Come accessori avevo scelto sandali dorati (con le scarpe non sbagliavo mai) e orecchini verdi, fatti da me. Sicuramente avevo una bella borsa, grande, dove perdevo tutto, ma potevi trovare sempre un libro e il pacchetto di sigarette. Non me la ricordo e sarà stata buttata, come tante altre cose bellissime, da mia madre, che odiava il mio abbigliamento.

C’è anche la fotografia di quel giorno che, sul verdissimo prato all’inglese della modesta sala per ricevimenti, mi ritrae abbracciata agli sposi: lei ha un semplice e corto vestitino bianco, con qualche svolazzo; lui indossa uno spezzato, con i pantaloni di un colore diverso dalla giacca. Per fortuna tenne la cravatta durante la cerimonia.

Ma chissà dov’è finito l’album di quel matrimonio. Nelle separazioni la divisione delle fotografie  segue una sorte diversa da quella degli altri beni materiali e non viene decisa da un giudice.

In linea di principio (per i figli, si dice) restano a lei, quando non vengono crudelmente tagliate, con la pretesa sciocca di cancellare, di strappare i personaggi e i brani della vita che non piacciono più.

Quello non era stato il primo matrimonio, quell’anno. Stava finendo un’epoca e i più grandi, che già lavoravano o che potevano ricevere una mano dai genitori, pensavano a sistemarsi. La convivenza non era presa in considerazione, se volevi essere aiutato dai parenti. Questa era la scusa per giustificare il matrimonio, i regali e i soldi motivavano il ricevimento.

Fuori da questa logica stavano gli artisti.

Da grande o ti laureavi, o facevi l’impiegato oppure facevi “l’artista” e dunque ti era concesso di stare fuori da qualsiasi convenzione borghese “fa l’artistaun’istigazione a non essere normale.  E siccome andava molto di moda la sperimentazione, chiunque si sentì chiamato a dare il proprio indispensabile forte impulso contributo creativo: quello che aveva scritto al liceo dei buoni componimenti, o l’altro che aveva venduto qualche tela alla sagra del paese,  la ragazza non proprio bella, ma con il pathos impastato nei lineamenti del viso; quelli che avevano una buona voce, quelli che avevano una bella presenza, quelli che avevano le conoscenze.

I fortunati potevano convivere, sperimentare relazioni creative, andare in giro per il mondo e raccontare agli invidiosi che restavano ogni meraviglia. Difficoltà ne avevavo, tante, servivano a drammatizzare il racconto, soprattutto se ad ascoltare c’era lei, che lo seguiva a letto non per conoscere le nuove sperimentazioni sul sesso, ma per capire meglio l’intensità emotiva dell’artista.  

A maggio si sposarono R. e A.

Fecero una cerimonia semplice, non comprai neppure un vestito per l’occasione, andai così com’ero uscita di casa, con un paio di jeans e una camicetta. Il matrimonio fu celebrato nel Municipio di Bari, R. e A. erano due compagni radicali, laici e libertari.

Matrimonio contrastato.

In quegli anni i genitori dell’uno o dell’altra spesso si opponevano. Perchè lui che non era sufficientemente ricco,  perchè lei non era abbastanza per bene, perchè tutti erano sempre politicamente impresentabili.

Gli amori, invece, erano grandi, forti e ostinati , trionfavano su tutto e tutti.

Erano innamorati e rossi di capelli R. e A. Lui ricco e figlio di un generale, lei figlia di contadini calabresi; bravissima, ma bruttina, goffa e sgraziata, un maschiaccio.

Mi diedero l’invito il giorno prima della cerimonia. Un invito-ricordo: sul foglio stampato da loro con il ciclostile ,avevano scritti i loro nomi, la data delle nozze e una poesia di una poetessa mediorientale. Sul lato era attaccata una foto che li ritraeva sorridenti e abbracciati. Lo conservo ancora.

Dopo la cerimonia, agli amici e compagni fu offerto l’aperitivo al bar Viola. Il ricevimento, per i parenti, si svolse nella nobile dimora di famiglia dello sposo.

Poi ci perdemmo di vista. Anni dopo, intanto mi ero sposata anch’io, A. mi chiamò: aveva bisogno di un favore:  la residenza a casa mia, per poter perfezionare l’acquisto all’incanto di alcuni appartamenti.

Non ti comporta nessun onere, solo per cortesia devi raccogliermi la corrispondenza e devi ospitarmi giusto il tempo, un pomeriggio, per il controllo dei vigili urbani. Mi sono già messa d’accordo con loro.” Disse.

Da tempo la solidarietà tra compagni si ricordava alla stregua di antiche storie di eroi epici, ma mi seccava fare una brutta figura, poi A. mi stava implorando, per telefono, e le dissi di sì. Venne a trovarmi e mi trovai di fronte un’altra donna. Aveva tinto i capelli biondo cenere, usava le lenti a contatto, era diventata formosa e un vestitino rosa, corto e attillato metteva in risalto le cosce che, da poco, avevano ricevuto un trattamento di liposuzione. Faceva l’avvocato, con successo e ancora meglio di prima, siccome alla bravura aveva aggiunto l’avvenenza che , secondo lei, non risparmiava nessun giudice della sezione fallimentare. Si era arricchita, aveva comprato parecchi appartamenti a suo nome. Il marito che pure era bravo, era rimasto un avvocaticchio di provincia, tratto che accomuna la professione anche di quelli che la praticano al Foro, in città. Non aveva voluto bambini per non rovinarsi il fisico. Parlava tanto, come un tempo, ma era molto allusiva.

Alcuni anni dopo, mi riferirono che si erano separati e che lui aveva trovato una nuova vocazione, come politico in Forza Italia.

Anche il matrimonio di F. (la mia migliore amica) e M. fu organizzato in fretta, dopo essere stato contrastato e ostacolato con tutti i mezzi. M. aveva mollato l’università e una certa, sicura carriera da medico dermatologo. Lei, dopo il cambio di facoltà (era iscritta a medicina) restava indecisa su come continuare. Forse era rimasta incinta. Il femminismo mostrava tutta la sua debolezza, alla prova dei fatti, nelle relazioni uomo-donna. Va bene, F. non era mai stata una femminista, ma pensare che un figlio avrebbe salvato la coppia oramai logora, così com’era nelle ataviche convinzioni delle donne, non era un buon inizio, per una ragazza giovane, per una compagna, perdiana.  [continua]

Roxanne, Police

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11 commenti su “Sempre le stesse storie

  1. Che bel ventaglio di cosericordistiliappartenenze.
    Quasi un coccolone a leggere un matrimonio di due compagni del PCI.
    Oddio! Ma siamo nella preistoria, senza offesa. Una preistoria che mi appartiene e dalla quale tutti vogliono fuggire a gambe levate.
    Io no eh! Che ci tornerei volentieri, Urca!
    Anche ad indossare improbabili vestitini alternativi.
    Per la cronaca: quel periodo era terribile per le mie tasche. Le cose chic costavano una fortuna che non avevo. Anche mia madre mi buttava sempre tutto, per questo adesso ho un magazzino di vecchiume che riciclo con scadenza biennale. Rivisitato e corretto s’intende, ma non troppo.

  2. beh insomma, quante cose. matrimoni, separazioni. vecchi amici. storie che si potrebbero raccontare. ci vuole tempo ed anche essere bravi. una cosa però mi è tornata subito in mente. siamo negli anni…primi anni 80, sicuramente, lei è una ragazza argentina, è scappata dalla dittatura qualche anno prima, ora lavora e vive a milano ed è fidanzata con il fratello di barbara, la mia fidanzata. un giorno riceve la telefonata di una amica , anche lei argentina, che vive a bologna. ha un problema con l’acquisto di una casa , a trovato lavoro a milano e vuole trasferirsi. i tempi si stanno allungando e vuole sapere se può ospitarla per qualche tempo. Anna, la mia amica, dice subito di si. certamente. ha voglia di rivederla. e poi tra espatriati la solidarietà è d’obbligo. cosa fatta. la mattina del quarto giorno, alle 5, la digos piomba in casa. portano via una borsa con armi da guerra e le due ragazze. l’argentina si beccherà venti anni per banda armata, anna “solo” quattro per favoreggiamento. ora è tornata in argentina.

  3. Sono contenta Thu 🙂
    Mauro e tu continua a [“non avrei mai”] pensare, che le sorprese non ti mancheranno 😉
    Silvietta, che belle cose mi scrivi, sempre. Con te mi sento molto combriccolosa. Io ci tenevo a vestirmi bene, compravo poca roba, ma di gusto e poi la combinavo in modo personale. Facevo tendenza, tsè!
    Maurizio, però!

  4. negli ultimi tempi scrivi poco, ma quando lo fai sono belle storie, altro che “le solite”, se le concludessi io sarei contenta 😉
    a parte gli scherzi, tu racconti qualcosa di più di una giovinezza impegnata tradita. penso che siamo tutte come A. e F. che avevamo, abbiamo una vita privata senza ideali 😐

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