Il mio colle

Pietro_Perugino
[Perugino, L’Annunciazione, particolare del paesaggio umbro]

Egli invero formò l’anima anteriore e più antica del corpo per generazione e per virtù, in quanto che essa doveva governare il corpo… e la formò di tali elementi e in tal guisa. Dell’essenza indivisibile che è sempre allo stesso modo e di quella divisibile che si genera nei corpi, di tutte e due formò, mescolandele insieme, una terza specie di essenza intermedia, che partecipa della natura del medesimo e di quella dell’altro…E presele tutte e tre, le mescolò in una sola specie…Platone, Timeo 34 BUL

Arrivai in quel posto, la prima volta, dopo aver attraversato metà della penisola in treno. La stazione di Perugia è una delle peggiori che io ricordi. Il resto del viaggio lo feci in macchina, mangiando la polvere, come si dice: la strada che attraversava frazioni e campagna venne inghiottita, all’improvviso, dopo la solita curva con l’indicazione del posto, scolpita su un pezzo di legno.
Come nei tragitti inventati dagli autori, per un romanzo, un film,  per trasportare il lettore o lo spettatore nel mistero, nell’ignoto  (mi viene da pensare ad Alice , a William Bloom…a Brigadoon, ve lo ricordate?),  la strada sembrava sbucare proprio da quelle descrizionei fantastiche: infatti, il nastro di asfalto si era trasformato in un percorso stretto, sconnesso e polveroso, fiancheggiato da piante e alberi lussureggianti che si protendevano verso il cielo, stretti tra rovi e cespugli. Da questo intrico filtravano rumori e luce: passavano solo i suoni della campagna circostante e quei raggi che colorano e fanno sfavillare il pulviscolo, sembrava di stare nel tubo di un caleidoscopio.
La chiacchiera venne zittita, solo la musica dell’autoradio – stavo ascoltando una compilation di giovani jazzisti – non era estranea ai luoghi.

Dovrebbe essere pensato così un agriturismo, nascosto e inaspettato, pronto ad accogliere e portare per mano i suoi ospiti nel “ritorno al passato”. Quello che avevo anche alle spalle, mi attendeva una full immersion. 

E anche la cascina, per restare nell’aspettativa, apparve all’improvviso, insieme all’omino che l’abitava : mi venne incontro un contadino, con le spalle appena curve. Si tolse il cappello, per salutarmi, e allungò la mano per stringere la mia. Tutti i capelli, tanti, schiacciati sul capo dalla tela, furono pettinati con l’altra mano. L’unico gesto vanitoso, sino a quel momento. La stretta di mano fu forte
“fatto buon viaggio?”  chiese e aveva un forte accento romano.

Volevo, com’è nella mia natura, chiacchierare, ma dissi solo “sì ”

Ero ipnotizzata dagli occhi di G. (il padrone della cascina) belli, blu, come il mare di Ventotene, con le stesse increspature.

G. è un uomo magro, cammina piano, pare che dondoli sulle gambe; è uno dei pochi maschi che conosco che guarda dritto negli occhi, quando ti parla. Ascolta in silenzio e non interrompe mai il suo interlocutore e nell’azione si muove con i tempi giusti (necessari).

Con più parole sarebbe identico a De Luca, lo scrittore, meno alto e con gli occhi blu. Ma lo sguardo è identico, ironico, quasi sornione.

Tutte queste riflessioni non le feci allora, mi limitai a pensare “ci sarà l’acqua calda?” . C’era e peccato, penso oggi, perchè il bagno nella tinozza di legno, nel cortile sotto le roselline rampicanti, in mezzo ai gatti sonnecchianti, con gli occhi rivolti alla collina non posso aggiungerlo al ricordo.

Dopo aver sistemato la valigia in una camera semplice come la cella di un convento, fatto la doccia, mi preparai per il pranzo. Quando tornai giù mi aspettava la L.  ” il G. è andato a cambiarsi, quell’uomo che non lo togli dai campi” incominciò la compagna del padrone di casa.

La L. è l’esatto contrario di G.
Quanto ciancia la L. in dialetto perugino, della volpe, delle galline, dei gatti che il G. vorrebbe prendere (
pe i scherzo) a schioppettate, dell’università, di politica (ma che comunisti so quelli signori là)

Quel primo pomeriggio non rimasi in campagna, tornai al caldo asfissiante di Perugia, ai negozietti di dischi, alle orchestrine.

Solo il giorno dopo mi accorsi della particolarità di quel colle.

Tutti gli ospiti riposavano, la L era tornata a Perugia, presi un libro e scesi giù a prendere il sole sulla balconata, una spianata con una ringhiera che s’affacciava sulla collina. Intorno, tra i sassi le erbe officinali coltivate da L.; appoggiate alla ringhiera rose e margherite, le gatte sonnecchiavano sull’erba e il pastore bianco, con la lingua di fuori si riparava sotto una sdraio. Di fronte a me, l’orizzonte di colline, radure verdi e gialle. Quei paesaggi che rendono così bella l’antica pittura.

Stavo così, senza fare niente, un essere tra gli altri, in quel quadro. Sulla mano abbandonata si strusciava a cercare carezze la gatta. L’altra allontanava qualche raro insetto molesto. Poi sulla tela è arrivato il G. con la frutta raccolta dall’albero e un vino dolce, fresco .

Sempre senza dire parole e accogliendomi in quel mare calmo che aveva negli occhi, siamo rimasti così, bevendo e mangiando.

L’inquietudine e le turbolenze che mi avevano accompagnato anche in quel viaggio si lasciavano guardare e cedevano il posto alla tranquillità, alla misura.
“stai bene?”  mi chiese G.
risposi sì, ma questa volta la ciarla prese il sopravvento “sto proprio bene, in pace ” la parola giusta, pensavo, dopo la guerra viene la tregua, ma quella volta (e tutte le altre volte su quella collina) fu subito pace.
“E’ un posto incantato”, aggiunsi, “i pensieri restano sulle cose, qui, adesso”.
G. mi spiegò che era una questione di magnetismo, una specie di anima del mondo (disse così) che abitava la collina. Ero arrivata lì e godevo di quella tranquillità grazie alla mia positività, avevo in qualche modo assecondato l’attrazione. Ero tornata nell’armonia naturale.
Ovviamente, mentre mi raccontava queste storie aveva uno sguardo più canzonatorio del solito.  Nè io mi permisi di sollevare dubbi su quella strana congettura.

E continuammo così, ogni mattina e pomeriggio. Io restavo tranquilla sulla tela e lui sull’altra, a governare le bestie , a raccogliere frutta e qualche volta l’accompagnavo e lui mi raccontava le storie di lupi, volpi e cinghiali.

A tavola, insieme agli altri ospiti decantavamo la cucina e le conserve di L. Qualche vecchia memoria riaffiorava, ma solo per poco.
Il G. era pronto a riempire i bicchieri.
In quel posto sulla collina si parla (si pensa) solo al presente, al più a domani mattina.

Miles Davis, Baby Won’t You Please Come Home

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2 commenti su “Il mio colle

  1. che bello ! veramente, scrivi proprio bene. e poi le sensazioni sono proprio quelle. l’incontrare una persona che abbia un fascino suo, sentirsi calati nel mondo naturale, e poi il paesaggio umbro, quello dei miei avi, che bisogno che ho di ritrovare quei “tempi dell’anima” , la lentezza dei gesti, sentire il proprio peso sulla terra, il respiro che fluisce regolare e il sentirlo ogni volta che ti pervade e poi quando ti abbandona.
    grazie. ciao

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