Novembre

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In campagna sto bene, lontano dalla gente e dai rumori. Il lavoro manuale è indubbiamente pesante, ma ogni tanto -una due volte l’anno- si può fare. Non so quanto durerà ancora, un altro anno, i miei genitori stanno invecchiando e da sola non posso farcela. Vedremo. Intanto, tutt’intorno la piccola proprietà scompare. I contadini non stanno mai nelle spese, colpa dei costi:  mano d’opera troppo elevata e i prezzi troppo bassi. I figli (e figuratevi i nipoti) odiano la terra, sporca e puzza: il terreno s’attacca fino a colorarti la pelle, le unghie. L’odore dell’erba, degli alberi, ti penetra nei pori, devi strofinarti con forza sotto la doccia, per mandarlo via, ma tanto, ti rimane nel naso.  Del resto non sono mai riusciti a consorziarsi nè a cooperare “pochi, benedetti e subito” (i guadagni) questo è il loro motto.  Così scendono quelli dal nord a comprare e accorpare la piccola proprietà in medie e grosse aziende, spesso sono i  grossi professionisti locali a comprare, una specie d’investimento. Sta cambiando il paesaggio, gli orti prendono il posto delle antiche coltivazioni (uliveti, mandorleti, vigne ecc ecc), sono più semplici da gestire e necessitano di mano d’opera scarsamente specializzata, extracomunitaria, costa anche poco.

Prima e dopo la raccolta delle olive mi piace camminare su quelle zolle, sollevando con fatica gli stivali di gomma, perchè il terreno bagnato si attacca sotto la suola, sino a formare una zeppa di parecchi cm.
Cambiano i colori dalla mattina al tramonto, resto a guardare le foglie che si staccano dai ciliegi, sono di ocra gialla e rosse, arrugginite e accartocciate, mica come quelle che vedi nella campagna del nord, belle spiegate, gialle solari o rosse cremisi, senza i buchi della ruggine.
Devo scansare i riquadri e i bordi di terra, dove mio padre ha seminato gli agli,i piselli, le fave, le rape ecc. devo intuire la loro presenza dal terreno senza erbacce, dall’aspetto soffice delle zolle. Il prezzemolo, invece, sta sotto i tronchi, insieme ai grossi funghi arancione, commestibili, sempre secondo mio padre.
Un tempo, vicino al muretto a secco, mio nonno aveva piantato i garofani e una rosa, tornando a casa, con la bicicletta (non so se ci sapesse andare, -lui era un trainiere- non l’ho visto mai in sella, ma sempre camminarle curvo a fianco, tenendola per il manubrio) passava da casa e lasciava sempre un mazzetto anche a mia mamma, variegato: prezzemolo e garofani, le rose erano per nonna Angela.
La camminata, dunque, sotto i filari della vigna, a cercare racimoli d’uva rimasti a maturare dopo la vendemmia,  o sui muretti a secco, bassi di pietra  bianca, facendo finta di perdere l’equilibrio, quando le lucertole ancora dormono. Se conosci un poco la campagna, torni a casa sempre con qualcosa, un mazzetto di rucola, due asparagi selvatici, una minestra di cicoria selvatica.

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