Il transfert

Raccomandava di tenere un diario, un quadernino, dove scrivere i pensieri, anche i sogni, ma non gli dava chissà quale importanza, ai sogni. Doveva annotare tutto quello che le passava per la testa, quando le accadeva di precipitare doveva costruire una fune con le parole e lentamente risalire, se intanto era scivolata, oppure una scaletta se riusciva a restare sul bordo e magari trovava il coraggio di esplorare il precipizio.
Non parlava proprio così, lui, anzi si limitava a dare brevi disposizioni, per il resto taceva, forse ascoltava, lei non ne aveva la certezza, una volta l’aveva sentito russare, leggermente, poi si era svegliato con un sussulto, aveva tossito e si era acceso il sigaro.
Lei non poteva fumare, aveva smesso da tempo e poi, come avrebbe potuto posare la cenere, dove avrebbe potuto spegnere il mozzicone?
– Scusi mi passa un posacenere?

Non è vietato, pensava lei in silenzio, è una questione di ruoli, di rispetto. Non ne era sicura, non ne aveva le prove, lei era troppo rispettosa, ubbidiente, ma da un paio di mesi comprava certi sigarilli, oppure i toscani, se ne accendeva uno al bar o al ristorante, dopo il caffè, prima di avviarsi verso la villetta con il glicine. Si sentiva gli occhi degli uomini addosso: i maschi belli o brutti guardano le donne, pensava lei, stronzi! intanto abbassava lo sguardo, così da sempre, d’altro canto non sarebbe stata lì e allora provava lentamente a risollevare gli occhi. Un’operazione più difficile della costruzione di funi e scalette, piuttosto un buttarsi, senza avere mai provato, a afferrare il trapezio. Quella difficoltà doveva eccitarli parecchio, si sentivano saldi sulla pedana di legno, dovevano solo aspettare il lancio e afferrarla, se non voleva cadere lei doveva guardarli, l’unica salvezza. Doveva fidarsi, affidarsi, confidarsi, era lì per quello, confusa con uno alle spalle e gli altri di fronte. Impotente, senza strumenti di conoscenza, solo parole e simboli. Allora riabbassava velocemente gli occhi e spegneva il sigaro, forse arrossiva, qualsiasi cosa facesse non le dava scampo, ora quelli sembravano ancora più eccitati.
Pagava per cinquanta minuti, se andava bene per venti di silenzio, per capire che le parole avevano un altro significato, per imparare il linguaggio dei simboli e ora si stizziva se quelli a vederla fumare un sigaro pensavano al sesso.
Si ricordò di avere un quadernino nero, ne aveva uno in ogni borsa, nei cassetti, ne aveva preso uno stock alla Feltrinelli, come un tempo i pacchetti delle sigarette, sparsi dappertutto, per non restare senza.
Siccome non c’era la necessità di scalette, tanto meno di funi, iniziò a disegnare, ritratti a penna, come caricature, dei maschi che prima stavano a guardare, l’avevano considerata ancora un poco, quando aveva preso il quadernino, senza alcun segno di frenesia, e si erano interessati di nuovo alla pettoruta cassiera. Disegnò facce e sigari con nuvolette di fumo, poi ripose tutto nella borsa, scatola di toscani, accendino ricaricabile con cavalli stampati, il quadernino e la penna, pagò alla cassa e uscì, avviandosi lentamente verso la casa con il glicine. Mancavano tre minuti, lei era sempre puntualissima per evitare di incontrare qualcuno lì davanti, suonò. Non rispondeva mai nessuno, si sentiva solo lo scatto dell’apriporta. Le accellerava sempre il battito mentre salutava e poi entrava nella stanza, quel giorno quasi le scoppiò in petto quando, dopo aver tolto e appoggiato il cappotto sul lettino, si sedette sulla poltroncina di fronte, lui era già seduto con il sigaro in mano, con l’altra teneva aperto il taccuino, prese un cigarillo dalla borsa, l’accese, lasciò che il fumo uscisse lentamente dalla bocca socchiusa e restò lì a guardarlo.

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