Frammento 353 (12 – 1)

Stavo pensando che un tempo, un orizzonte nascosto da una collina, da un bosco… da quello che ti pare, stimolava fantasie, ti spingeva a inventare storie o all’avventurosa scoperta di quel mistero, in questo caso, solo se eri audace.
Ora, invece, vai su google maps, (e per fortuna), spesso là dietro non c’è niente ed è meglio tenersi la fantasia.

In giardino

“Ci stanno guardando?”
“E allora?”
“Quando nei film il protagonista dice alla protagonista: Ci stanno guardando, lei deve fare una risatina nervosa, prendergli le mani e portarselo nel giardino”
“Qui tutti guardano tutti”
“Sì, ma senza farsi notare”

Ho avuto la mia visione

E poi oltre il colore c’era la forma. Quando guardava, vedeva tutto in modo chiaro,netto; ma quando prendeva in mano il pennello, le cose cambiavano. Nel battito d’ala tra la visione e il quadro si impadronivano di lei dei demoni che spesso la portavano alle lacrime e rendevano il passaggio dal concepimento all’opera tremendo, com’è tremendo per un bambino un corridoio scuro. Così si sentiva a volte -in lotta contro il rischio terrificante di perdersi d’animo. Doveva dirsi: “Ma questo è quello che vedo,quello che vedo è questo”,e tenersi stretto al cuore un patetico resto di visione, che mille forze cercavano di strapparle.
[…]
Si voltò verso la tela. Eccolo -il suo quadro -. Sì, con i verdi e gli azzurri, le linee che correvano in alto e di traverso, la volontà di qualcosa. L’avrebbero appeso in soffitta, pensò; forse distrutto. Ma che importava? si chiese, prendendo di nuovo in mano il pennello. Guardò i gradini; erano vuoti. Guardò la tela; era confusa. Con intensità repentina, come se per un istante tutto le apparisse chiaro, tirò una linea lì, nel centro. Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.

Di sasso in sasso…

Prendendo in prestito le parole di Irene Papas , anch’io come lei procedo sulla strada della mia vita lanciando un sasso e poi camminando fin dove il sasso è arrivato. Per poi lanciarlo ancora e ancora. Non guardo l’orizzonte perchè è solo un’illusione degli occhi, guardo dove cade il sasso e ci arrivo.

[C’è pure il detto popolare, che mi piace molto, me lo ripeteva sempre -come fanno i vecchi- il nonno, dovunque arrivi, pianta un ramoscello …niente sassi, si segna il punto d’arrivo, con un tenero arbusto, pronti a restare, se sviluppa radici, o a ripartire e piantare altri ramoscelli. Con le mani nude, fin dove arriva lo sguardo e alle spalle una foresta]

Lunghi periodi

Con le frasi lunghe lo scrittore ci porta con sé, ci costringe a seguirlo “oltre il noto, il normale, il prevedibile, lontano dalla costa, in profondità e misteri dove non riesci a far approdare la tua mente, e spesso nemmeno le tue parole.”
… la frase lunga, con il tempo che richiede, rallenta i ritmi, fa riaprire la porta della quiete e della riflessione, lì dove lo spazio si apre e appaiono nuove prospettive. Per chi legge e per chi scrive.

Tra la stupidità e la pazzia

…Perché una volta che avete cominciato, – predicava, – non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. Se fotografate Pierluca mentre fa il castello di sabbia, non c’è ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello è crollato, e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia. Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

– Per chi vuole recuperare tutto ciò che passa sotto i suoi occhi, – spiegava Antonino anche se nessuno lo stava più a sentire, – l’unico modo d’agire con coerenza è di scattare almeno una foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che nulla resti escluso. Se mi mettessi a fotografare io, andrei fino in fondo su questa strada, a costo di perderci la ragione. Voi invece pretendete ancora di esercitare una scelta. Ma quale? Una scelta in senso idillico, apologetico, di consolazione, di pace con la natura la nazione i parenti. Non è soltanto una scelta fotografica, la vostra; è una scelta di vita, che vi porta a escludere i contrasti drammatici, i nodi delle contraddizioni, le grandi tensioni della volontà, della passione, dell’avversione. Così credete di salvarvi dalla follia, ma cadete nella mediocrità, nell’ebetudine.

Questo brano è tratto da L’avventura di un fotografo, Gli amori difficili di Italo Calvino, 1970, mi è tornato in mente dopo aver letto su corriere.it, quest’articolo di Nathan Jurgenson

Il fotografo sa bene che dopo aver fatto molti scatti acquista un «occhio fotografico»: si comincia a vedere la realtà attraverso un mirino, a ragionare con la logica della macchina fotografica, in termini di inquadratura, luce, profondità di campo, messa a fuoco, movimento e così via. Anche senza avere la macchina a portata dimano, il mondo si trasforma in un potenziale set fotografico.
Oggi c’è il pericolo di acquisire un «occhio da Facebook»: il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook fissa sempre il presente come un passato futuro. Con questo voglio dire che gli utenti dei social media sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri. Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?

Con i nervi a fior di pelle

Al mondo c’è una cosa che è centomila volte meglio del mangiare e del bere. Che cos’è?Ma è la cultura! …la cultura è un riflesso condizionato.
Tu lo sai che roba è? …Nemmeno noi avevamo capito bene…Qualche anno dopo ho avuto il coraggio di andare a guardare dentro un vocabolario…per capire se è una cosa che si mangia o si beve…
Sono stato lì a decifrare quello che c’era scritto, ma ci sono rimasto male, perchè non sono diventato molto più intelligente di prima. Da quel poco che ho capito, dovrebbe essere una roba come quando uno si palpa il naso per vedere se è ancora lì al suo posto…C’era scritto che può essere acquisito o congenito…tu hai mai sentito niente del genere?
Ma il bello della cultura è che ormai bisogna avere pure questa per lo status. Non capisco perchè la gente si tormenta tanto appresso alla cultura, considerato che non è poi quel granché. Sta tutta dentro una enciclopedia enorme, basta pigliare il tomo dallo scaffale ed eccola lì, la cultura. Ma allora che cos’è?… Pure questo fatto che è un riflesso. Io sono una persona modesta…e sai che non esagero quando dico che ormai sono diventato uno veramente colto, basta guardarmi per capirlo…Non me lo può venire a dire nessuno che io non ho il riflesso…Ma allora resto comunque un proletario? C’è ancora qualcosa che dobbiamo levare ai signori? Qualcosa che non ci vogliono mollare?…I comunisti li abbiamo visti da vicino, sia tu che io. A noi due nessuno può venire a raccontare com’è quando tutto appartiene al popolo. Quelli dei sindacati, qui, hanno imparato che con i Rocchefeller e i Ford è più facile spuntarla, perchè questi sganciano più soldi, e la gente se la passa meglio di quando invece il benessere scaturisce dall’organizzazione sociale della produzione…Noi lo sappiamo bene che tutta questa storia non è altro che una grande bufala, una truffa colossale. Eppure, magari è vero che la lotta di classe non è ancora finita…Che c’è ancora qualcosa che il borghese tiene imboscato…Ed è per questo che il proletario ha sempre i nervi a fior di pelle?

Sleepwalk

Guarda la luna, la lune ne garde aucune rancune,
strizza il suo occhio languido,
sorride agli angoli,
liscia la chioma dell’erba.
La luna ha perduto la memoria.
Un vaiolo slavato le screpola la faccia,
gira con la mano una rosa di carta,
che profuma di polvere e d’eau de Cologne,
è sola, con tutti gli antichi profumi notturni
che le incrociano e incrociano dentro il cervello
[…]
La piccola lampada disegna un cerchio sulla scala.
Sali.
Il letto è pronto; lo spazzolino è appeso al muro,
Posa le scarpe davanti alla porta, dormi, preparati alla vita.
L’ultimo rigirarsi del coltello.