À cache-cache

Non ero particolarmente abile a nascondermi, poche volte sono riuscita a scoprire dove si erano nascosti. Col tempo ho imparato a trovarli, la rivincita di Pollicino, tutti lasciamo sempre delle tracce e non esistono posti sicuri dove perdersi.

Ho avuto la mia visione

E poi oltre il colore c’era la forma. Quando guardava, vedeva tutto in modo chiaro,netto; ma quando prendeva in mano il pennello, le cose cambiavano. Nel battito d’ala tra la visione e il quadro si impadronivano di lei dei demoni che spesso la portavano alle lacrime e rendevano il passaggio dal concepimento all’opera tremendo, com’è tremendo per un bambino un corridoio scuro. Così si sentiva a volte -in lotta contro il rischio terrificante di perdersi d’animo. Doveva dirsi: “Ma questo è quello che vedo,quello che vedo è questo”,e tenersi stretto al cuore un patetico resto di visione, che mille forze cercavano di strapparle.
[…]
Si voltò verso la tela. Eccolo -il suo quadro -. Sì, con i verdi e gli azzurri, le linee che correvano in alto e di traverso, la volontà di qualcosa. L’avrebbero appeso in soffitta, pensò; forse distrutto. Ma che importava? si chiese, prendendo di nuovo in mano il pennello. Guardò i gradini; erano vuoti. Guardò la tela; era confusa. Con intensità repentina, come se per un istante tutto le apparisse chiaro, tirò una linea lì, nel centro. Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.

Stai attento, quando ti è possibile, alle parole che scrivi

Fuori dalla poesia e dai suoi versi appassionati,
stai attento qualche volta alle parole che scrivi,
ai rimedi che consigli e ai quali il tuo spirito
attribuisce un’infallibilità di lungo respiro
e la facoltà di abili manovre. Chi sarà il tuo lettore?
Praticamente uno che la tua mente arma
ma che la tua penna rende innocente.
Un ozioso appoggiato sui gomiti alla finestra?
Un campeggiatore imprudente?
Un criminale ancora senza oggetto?
Non puoi saperlo.
Stai attento, quando ti è possibile, alle parole che scrivi.

Oh issa (sarà tempo di levare l’àncora?)

Diversamente dall’era della costruzione delle nazioni, la cultura liquido-moderna, non ha “persone” da “coltivare” ma clienti da sedurre. E, a differenza della cultura “solido-moderna” che l’ha preceduta, non punta più a finire il lavoro (quanto prima, tanto meglio). Il suo lavoro consiste anzi nel rendere permanente la propria sopravvivenza, temporizzando tutti gli aspetti dell’esistenza che erano affidati alla sua tutela, che rinascono come clienti.
La politica solido-moderna che consisteva nel fare i conti con la differenza, assimilabile alla cultura dominante, nel privare gli estranei della loro estraneità, sebbene auspicata da alcuni non è più sostenibile. Ma nemmeno le vecchie strategie di resistenza all’interazione e fusione tra culture hanno probabilità di funzionare, per quanto siano preferite da chi è affezionato alla rigida separazione e all’isolamento delle comunità di appartenenza (più propriamente delle comunità-di-appartenenza-per-nascita).
L'”appartenenza”, afferma Jean-Claude Kaufmann, è oggi utilizzata principalmente come risorsa dell’ego. Kaufmann sconsiglia di pensare alle collettività di appartenenza necessariamente come comunità integranti, e raccomanda piuttosto di concepirle come fenomeni che accompagnano il processo di individualzzazione, come una serie di stazioni di servizio o di motel lungo la strada che contrassegnano la traiettoria dell’io che si forma e riforma continuamente.
Francois de Singly fa giustamente notare che le teorizzazioni sulle identità di oggi farebbero bene ad abbandonare le metafore delle “radici” e dello “sradicamento” (e potremmo aggiungere, il tropo ad esso correlato dell'”estirpazione”) che implicano un atto una tantum, definitivo e irreversibile di emancipazione individuale dalla tutela della comunità di nascita, e a sostituirle con le immagini del gettare e issare ancore.
In effetti issare un’àncora, contrariamente allo “sradicare” e all'”estirpare”, non ha niente di irrevocabile, tanto meno di definitivo […] le ancore vengono issate solo nella speranza di poterle felicemente gettare altrove; e possono essere gettate con la stessa felicità in tanti porti, diversi e distanti tra loro. Inoltre, le radici disegnano e predeterminano la forma della pianta che si svilupperà da esse ed escludono la possibilità di ogni altra forma, le ancore, invece, sono soltanto strumenti ausiliari della nave e non ne definiscono caratteristiche e qualità. La scelta del prossimo porto in cui gettare l’àncora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che la nave trasporta in quel momento[…]simili a navi che attraccano frequentemente o saltuariamente, in diversi porti, i vari io in cerca di riconoscimento e di conferma della propria identità si sottopongono alla verifica e all’approvazione delle proprie credenziali nelle “comunità di riferimento” cui chiedono di essere ammessi nel corso del viaggio (che dura tutta la vita); e ogni “comunità di riferimento” definisce i requisiti sul tipo di documentazione da presentare. Tra i documenti da cui dipende l’approvazione vi sono di solito il registro della nave e/o il diario di bordo del comandante, e a ogni fermata il passato (sempre più appesantito dagli atti dei precedenti scali) viene nuovamente esaminato e valutato.