Tergi/verso

Ho perso di nuovo l’occasione per scrivere un post. Mi sono distratta un attimo … sul foglio avevo scritto: un abito tubino-trapezio, un lupo, la volubilità delle rose, un bacio privato.

Annunci

Il transfert

Raccomandava di tenere un diario, un quadernino, dove scrivere i pensieri, anche i sogni, ma non gli dava chissà quale importanza, ai sogni. Doveva annotare tutto quello che le passava per la testa, quando le accadeva di precipitare doveva costruire una fune con le parole e lentamente risalire, se intanto era scivolata, oppure una scaletta se riusciva a restare sul bordo e magari trovava il coraggio di esplorare il precipizio.
Non parlava proprio così, lui, anzi si limitava a dare brevi disposizioni, per il resto taceva, forse ascoltava, lei non ne aveva la certezza, una volta l’aveva sentito russare, leggermente, poi si era svegliato con un sussulto, aveva tossito e si era acceso il sigaro.
Lei non poteva fumare, aveva smesso da tempo e poi, come avrebbe potuto posare la cenere, dove avrebbe potuto spegnere il mozzicone?
– Scusi mi passa un posacenere?

Continua a leggere

Io sono sempre triste, ma mi piace di sorprendermi felice

M’immagino che certi fatti per alcuni siano deflagranti, si dice così, detonatori a tempo. Succede che uno -che conosci tanto o appena, persino estraneo- parli della sua felicità, del suo successo e booom, partono le schegge. E se già era difficile tenersi intera, con i frammenti ti rassegni a uno stato di tirannia di cattivi pensieri che t’imbeccano, spingono il coltello nella ferita, una tragedia.
L’esclusione, sarà questa la ragione, rimurginavo tra me e me, si attiva un dejà-vu dell’infanzia, una rimozione e rieccoti mani-piedi, e soprattutto testa, nella confusione e dagli a strappare veli e vesti.
Non è così! Il passato è un’invenzione, se vuoi, sta dietro l’angolo pronto a farsi avanti, abitudine che presenti come complicazione, impossibilità di prendere una decisione che tenga contenti tutti, a iniziare da te stessa, aggrappata a quell’apparente scomodità che, di volta in volta, puoi chiamare con diversi nomi.
Sei infelice, tu, dietro tanta rabbia hai fatto crescere infelicità avvelenata, amara come l’amarezza. Non ti ha escluso nessuno, ti sei messa da parte da sola, hai preso il primo progetto che ti è capitato tra le mani, ci sei rimasta aggrappata, meglio questo che niente, avrai pensato di valere poco, di non avere possibilità, – ti sto concedendo una considerazione benevola.
Comunque anche un progetto altrui può essere adattato, può arrivare a vestirti senza difetto, se ci pensi e se lo coltivi da qualche parte si arriva. Di sicuro! Non c’è da essere disfattisti sempre.
Invece ti tieni quel progetto scaduto, con la gomma cancelli i pensieri più puri che ti sei lasciata alle spalle, fai una bella tabula rasa, da riempire di temporanea soddisfazione.
Mi fai pensare a quando ero ragazzina, immaginavo che bastasse un diario nuovo per inventarsi una vita diversa. Prendevo un quaderno pulito, scrivevo la data, buoni proponimenti e mi convincevo che tanto era ragiione sufficiente perchè fosse un altro giorno, un nuovo inizio.
Mia madre buttava tanta roba nei traslochi o forse avrà stracciato quell’unico foglio scritto, per metterci le sue ricette di cucina, un miglior uso, sicuramente.
Mia cara, se proprio devi tenere presente gli altri, va bene, perchè quello che succede alla gente è bello da guardare, perchè le storie ci appassionano, siamo cresciute con gli sceneggiati, e puoi anche non pensare alla fatica che c’è dietro, ma considera la tua in/felicità, per quella si può fare sempre qualcosa.

Ma cosa c’è cosa c’è


Mi piace guidare al tramonto, di domenica, trovarmi per strada mentre diventa sera, mi sento al sicuro nell’auto. Scivolare nel buio mi dà tranquillità. In giro ci sono poche macchine e s’intravedono solo sagome che sfrecciano a sinistra oltre i vetri.
Posso ascoltare la musica, di giorno invece, preferisco le parole della radio. Mi sono portata dietro una compilation di Mina, così potevo anche cantare e perdermi in quelle storie senza capo né coda che nascono da un pensiero del cavolo. Stasera il girovagare è iniziato da “Si può finire qui…”, prima, appena si sente il vibrafono e poi subito le spazzole sulla batteria, bell’arrangiamento…un’atmosfera, con il buio che incombeva, ho pensato a quei posti fuorimano, buoni per gli appuntamenti, atrii a piastrelle di stazioni secondarie…per battute argute di architetti postmodernima cosa c’è, cosa c’è, …quella voglia di cadere nelle trame dei romanzi in un’altra impossibile età, “ci ha rovinato Madame Bovary” quante volte l’ho pensato.

Prendersi il tempo

Clic, ho cancellato tutti i cinquanta e passa post che già si sono accumulati su google reader, non ce la faccio più a leggere tutto, di tante parole resta la certezza di aver perso tempo. Per fortuna mi sono rimasti pochi link. Mi mancano quelle belle e brutte conversazioni reali, altro che la scrittura/lettura dei post. Anche l’occhio vuole la sua parte, ha bisogno di guardarsi intorno, guardare facce, non faccine, vedere la noia, lo sguardo furbetto, quello che ci prova, altro che le belle parole, esibite in pagine più o meno eleganti. Per dire, preferisco essere antipatica (snob) di persona che per il template cachemere.
Intanto, dai ti scrivo una mail, ci vediamo su skype…però, poi penso, non è così diverso dall’incontrarsi in un locale (e mi ricordo ancora quelli fumosi, e la sensazione, a fine nottata, di aver perso un giorno), o in una piazza, seppure l’occhio ecc ecc, non è questione di luoghi e di lanterne.
Forse mancano proprio le storie, ci è rimasta solo la fatica e la delusione, così non c’è più niente da raccontare. E non so manco come le voglio queste storie, se difficilmente finisco di leggere i libri che compro. Non hai un progetto, più o meno suona così, mi hai detto, fai la vecchia, hai aggiunto, cercando di pungere la carne viva.
Può essere, ho pensato, perchè poi e alla faccia delle conversazioni reali, resto zitta, infine l’unico progetto seguito e curato è stato quello dei figli, e ora che sono andati via ti lagni come tutte, con la differenza che quelle, le altre, ora sono impegnate con i corsi di ballo, il burraco, le crociere e facebook. Va così, mia cara, sei tu che hai preso l’abitudine di fare scelte impegnative ogni decina d’anni, diciamo meglio, se le rinvio ogni dieci anni. Hai visto? ci sono le storie da raccontare, da vivere, non puoi più continuare a ripeterti solo quella della principessa che continuava a prendere tempo.

Sempre di domenica

È stata una giornata da finestrini abbassati, da giubbotti in pelle, poi c’è sempre quella che, anche solo un collo di pelliccia sulla giacca, sul cappotto, lo deve mettere, altrimenti che autunno è. E lo solleva, stringendolo e accarezzandolo contro la guancia, quando un leggero venticello smuove appena le punte più alte degli alberi. Ha una sensibilità incredibile, la ragazza, che poi ragazza non è, anche se tra le amiche è l’unica a non essere ancora nonna. Le altre indossano i soliti piumini trapuntati, quelli che sembrano sacchetti per l’immondizia, effetto della globalizzazione, vestono tutte come le signore del nord, con la differenza che quelle sono secche secche.
Sono state già in chiesa, per la messa delle dieci, e ora si ritrovano nei giardinetti, chiamati pomposamente “Villa Comunale” con i rispettivi mariti, per andare a prendere l’aperitivo (sempre per la globalizzazione). Occupano le stesse panchine da generazioni, lo stesso per i banchi della chiesa e per i (futuri) loculi al cimitero.
Non hanno figli che che sono andati all’estero o al nord, se sono stati via, è stato per un breve periodo, sono stabili, nei secoli dei secoli, sono il punto di riferimento di tutto il paese.
D’altro canto, pare che se non frequenti i giardinetto o il mercato settimanale, sei un forestiero.
Non sei del paese?, mi ha chiesto una signora ucraina, in stazione, qualche settimana fa. Ho pensato, ha notato la differenza del mio italiano senza cadenze e vocali aperte. Macché, non mi aveva mai incontrato al mercato e difatti, ci vado raramente.
E la domenica scorre così, con il pranzo a casa dei suoi -di lei o di lui- oppure al ristorante tipico, prenotato la sera prima, perchè il proprietario ci conosce e quando s’incontrano si danno del tu e si salutano abbracciandosi e baciandosi sulle guance, carissimo, mia cara signora. Evviva.
Dopo l’ultimo assaggia questo è un liquore nostra produzione, ribaci e riabbracci, passeggiano -le signore tra loro, i maschi seguono- nel borgo che da noi si chiama centro storico o paese vecchio, dipende dalla sensibilità e dal livello di istruzione. E quella stringe il collo di pelliccia contro la guancia, dovevo mettere la pelliccia, in collina il vento è più pungente, dice.
Chi invece ha preferito il pranzo casalingo, nel primo pomeriggio di una giornata così bella, si sposta al mare a mangiare due ricci.
Sicuramente, prima di tornare a casa, dal mare o dal centro storico, si fermeranno tutti a mangiare il gelato.

Per essere forestiera, faccio una discreta passeggiata, prima di arrivare a casa di mia madre, giusto per godermi la fioritura tardiva di rose antiche, del giardino di Giulia, l’odore del ragù buono preparato da Mariuccia. Intorno, tutte le strade -quelle strette, in tutt’ e due i sensi- sono occupate da macchine.
Nessuno si arrabbia, tutti si conoscono. Succede sempre di domenica.

Signore e signori, buonanotte


A cosa servono i sogni, quelli che si fanno di notte, un giorno approfondirò l’argomento, forse, per ora mi basta ricordarli, raccontarli.
L’altra notte, per esempio, dovevo sposarmi così, all’improvviso
Ma il prete (il prete?) lo sa? la chiesa (la chiesa?) è pronta? Sembrava che lo sapessimo solo mia sorella e io: ci affannavamo come matte per stare nei tempi, mancava tutto.
Il vestito?
dai, mettiti quello dell’altro matrimonio
ma non mi andrà più.. Attenta alla cerniera…
Mi entrava, anche meglio di quella volta, però era diventato trasparente, s’intravedevano le mutandine e le giarrettiere
devo andare in chiesa così? E le scarpe, dai non posso tenermi queste scarpe grigie, e queste calze “fumo” non ci azzeccano
Ci tenevo agli accostamenti giusti, agli accessori intonati.
Oh ma è già l’una, la chiesa sarà ancora aperta?
E corri, va in chiesa ti raggiungo con le scarpe giuste.
Allora m’infilavo il cappottone nero, asburgico, e mi mettevo a correre tutta contenta, verso la chiesa, traballando sulla ghiaia del giardino.
Sempre io, intanto, ma da una panchina, facevo il tifo per quella sposa povera, improvvisata e felice.
Continuava a correre, poi si fermava e urlava alla sorella:
Ohhhh M. ma chi mi sposo?
Stanotte, invece, ho incontrato Vittorio Gassman, davanti a una bilioteca storica di chissà quale citta. Aveva un cappottone di cammello beige, il cappello in testa e teneva per mano una bambina, una nipotina. Come un deja vu, da un film, forse perchè ieri sera mi sono commossa ad ascoltare Scola, in tv, perchè le storie che ha raccontato finisci per confondorle con quelle che hai vissuto, con altre facce, ma con le stesse parole.
Vabbè, allora eravamo dinanzi a una scala angusta, unico pertugio di accesso alla biblioteca, scambiavamo considerazioni sulla stranezza di quell’apertura, io ricordavo una crisi di panico che mi era venuta a Torino, infine lui rinunciava e si allontanava, sorridendomi (un’anima del purgatorio -come dice mia madre- avrà bisogno di un fiore, una preghiera, di essere ricordato) .
Io, invece, non rinunciavo all’impresa e così, per altre vie -altrettanto anguste – giungevo in una saletta, vuota, con tavolini di vetro, c’era una signora bionda, bassa e cicciotta, la bibliotecaria: mi avvisava che i libri delle storie perdute non stavano più in quella stanza, se m’interessava, c’erano quelli delle storie scomparse o sospese, aveva abbassato la voce e non ho capito. Se c’era un finale, una continuazione, non so, immagino che da qualche parte, i sogni siano catalogati e archiviati e forse è anche possibile rivederli, magari inserendo parole chiave: Vittorio Gassman, per esempio o C’eravamo tanto amati.

L’anno che decisi di leggere Camilleri

Stavo in vacanza al lago. Un posto tranqullo, con un chioschetto dove vendevano gelati e torta al testo, pochi alberi per l’ombra, un prato rado e incolto, che piaceva alle formiche. Faceva molto caldo, gli stranieri facevano il bagno, quelli del posto restavano seduti nel chiosco, guardavano le ragazze, in toppless, commentavano, si lanciavano in progetti. Tra una marchetta e l’altra ogni tanto si fermava una signorina, per mangiare un ghiacciolo, che con ‘sto caldo è l’unica cosa che riesco a ingoiare. E tutti (quelli del posto) a ridere come cretini.
Avevo scattato molte fotografie quell’anno, perchè mi avevano prestato una digitale, per fare prima, perchè la mia yashica era in riparazione. Insomma, faceva proprio caldo, ma in collina si stava bene, un po’ meno sotto l’albero al lago, e per distrarmi leggevo Camilleri: una trentina di pagine, poche per qualsiasi decisione critico-letteraria, ma avevo tempo, Un mese con Montalbano, e poi ero anche impegnata ad allontanare le formiche. Il libro era in prestito e dunque inutilizzabile per altro uso, seppure quelle che si arrampicavano tra le righe mi ispiravano solo la chiusura violenta dello stesso: minchia, leggetevelo per sempre, maledette. Mi limitai a scuoterlo, tenendolo da un angolo della copertina e lo riposi nello zaino. Era già tardi e tra doccia, vestizione e cena, bisognava prepararsi per il concerto serale, Branford Marsalis Quartet. Lo zaino, con Camilleri e la digitale, era rimasto sul sedile posteriore dell’auto parcheggiata dietro ai giardini del Frontone. Il giorno dopo andai a comprare Un mese con Montalbano, per la digitale -non era nuova – avremmo dovuto patteggiare una cifra, al ritorno.  Per il resto della settimana usammo la panda di L. per andare in città. La grigio ratto rimase sotto il pero e per impedire ai gattini e a altre bestie, diurne e notturne, di entrarci, G. chiuse il triangolo del vetro mancante, con un telo e lo scotch argentato.
Non tornai al lago e non feci più fotografie, rimasi ad abbronzarmi in collina, e a leggere due romanzi di Simenon, appena comprati.