Frammento 353 (12 – 1)

Stavo pensando che un tempo, un orizzonte nascosto da una collina, da un bosco… da quello che ti pare, stimolava fantasie, ti spingeva a inventare storie o all’avventurosa scoperta di quel mistero, in questo caso, solo se eri audace.
Ora, invece, vai su google maps, (e per fortuna), spesso là dietro non c’è niente ed è meglio tenersi la fantasia.

Sessanta mq

Ha ragione mia madre – hai voglia a tenere in ordine una casa piccola!

Per fortuna il cielo è incredibilmente azzurro, fa caldo, ma c’è la brezza fresca. I minuscoli fiocchi bianchi che danzano intorno non hanno niente di romantico. S’infilano ovunque e prediligono lo spritz alla granita di frutta. I miei ragionamenti tendono alla semplicità (alla ovvietà, per qualcuno). Saluti con musica metropolitana

La sera, le ore che conosci già

La sera
Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.
Pierluigi Cappello

Francesco Guccini, Un Altro Giorno è Andato

La scrittura quotidiana

Non la scrittura del romanzetto (che un italiano su due ha già scritto, e tiene nel cassetto), al quale dedicare inutilmente la propria vita. No, la scrittura quotidiana, funzionale, di note appunti riassunti; di impeccabili rapporti di ufficio, se si ha un ufficio; e in mancanza, di un diario personale. Da non inviare a nessun editore, finché è possibile. Sì, perché solo scrivendo, solo esprimendosi con quel controllo e con quella compiutezza che la scrittura impone, si esce dal groviglio di emozioni informi e di pensieri confusi che costituiscono con rispetto parlando il nostro mondo interiore. Noi non scriviamo più. Ci esprimiamo in modo smozzicato e rudimentale. Quasi ci vergogniamo di tirar fuori una frase compiuta e azzeccata, un aggettivo imprevisto. Siamo poverissimi.

Beniamino Placido (qui, grazie a Loredana Lipperini)

Di pesi e di misure

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.
Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.
“Vieni ragazza” disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.
Ekido non disse nulla finchè quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non potè più trattenersi. “Noi monaci non avviciniamo le donne” disse a Tanzan “e meno che meno quelle giovani e carine. E’ pericoloso. Perchè l’hai fatto?”.
“Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù” disse Tanzan. “Tu la stai ancora portando con te?” (La strada fangosa – 101 Storie Zen, Adelphi)

E gira tutt’intorno la stanza mentre si danza, danza

Ci sono strade

walk-on

Camminare aiuta a dimenticare. Una quantità imprecisata di pensieri nascono e si moltiplicano a partire dalla vista di un albero o da un pezzo di marmo segnato, da un cornicione o da una scritta sulla barca, dall’orlo di una gonna o dall’intarsio su una imposta di legno. Da un fermaglio che trattiene i capelli, dalla perla che fora il lobo, dal briacciale che tintinna. Da quello sguardo appena sfiorato, di quella ragazza seduta a fianco del guidatore, nella macchina che hai incrociato. Da quell’eritema sulla pelle arrossata, dall’espressione del manichino, dietro la vetrina.
Nella camminata i pensieri si prendono qualsiasi libertà, non hanno obblighi, non devono rendere conto.
S’inventano qualsiasi storia.
Se proprio non riesci a fare meno della memoria, di ricordare, abbandona la strada e ostinati a cercare la bottega, piccola.
Ti ricordi? C’erano due anziane signore molto truccate dietro il bancone, era una pasticceria. Comprammo due paste piccole, farcite di crema al limone e alla fragola e tornammo mangiando all’imbarcadero.
Impuntati a cercare quel vecchio sentiero.
Raccogliemmo il caprifoglio, me lo ricordo bene e tu mi dicesti meglio questi rami con le radici, li piantiamo in giardino.
Bloccati a ritrovare quella piazzetta con la fontana di ghisa in fondo alla strada, proprio sul mare.
Avevamo sbagliato strada, c’era la luna piena, tornavamo da quel matrimonio.

Non le ritrovi le strade secondarie, trovate per caso.

Buon viaggio hermano querido, Modena City Ramblers