C’era anche un castello


di pietra bianca, su una altura, come capita per tutti i castelli, accessibile a piedi. Da un lato, la terra franava e io un po’ mi preoccupavo, perchè stavo camminando lungo il tratturo dirupato, davanti al maniero. Ero tornata, dopo aver fatto il giro, per cercare la macchina, l’avevo spostata dalla strada provinciale e parcheggiata in divieto di sosta, in una stradina perpendicolare, per sicurezza. Come ero pentita, mi sentivo in punizione divina per avere infranto il codice stradale, e mi ero messa in una situazione odiosa, senza alcuna autonomia: quel posto non aveva mezzi pubblici, avevo i miei anziani genitori e bagagli al seguito, angoscia, e soprattutto non avevo più automobile, né i soldi per comprarne un’altra. E il cellulare prendeva a scatti. Una tragedia! Ho deciso di fare un altro giro, di controllare meglio, seppure da quella posizione, potevo vedere benissimo quell’unica strada e le poche macchine parcheggiate. Mi sono incamminata ugualmente, ho controllato le targhe, non mi fidavo più dei miei occhi, hai visto mai che la macchina avesse cambiato colore? Non c’era, nessuna traccia, quella che mi era sembrata l’unica strada, intanto, incrociava a destra un’altra che correva parallela alla presunta unica. In fondo, sull’altura che fronteggiava il castello, un’altra via che scendeva anch’essa parallela, un dedalo, non avrei mai trovato la macchina, posto che non fosse stata rubata, già, perchè mentre camminavo, mi sono ricordata che non l’avevo chiusa e avevo lasciato le chiavi infilate nel quadro. Certo, stavamo in un posto sicuro, dove non succedeva mai niente, ma rimurginavo, l’occasione fa l’uomo ladro…magro guadagno, la musica non gli piacerà di sicuro… fortuna non c’è nulla che potrebbe farlo risalire a me, almeno per questo posso stare tranquilla, ti rubano l’auto e poi te li ritrovi in casa. In questa paranoia di pensieri, mentre il numero delle strade si moltiplicava, ero ritornata sull’altura che si era trasformata in piazza, con tavoli e avventori, in sosta, dopo la passeggiata. Era tornato il segnale sul telefono, e ho chiamato un mio amico, gli ho raccontato la storia, omettendo infrazioni e sventatezze. Dopo aver chiuso la telefonata, ho deciso lo stesso di fare un altro giro, che mi avrebbe fatto scoprire un nuovo dedalo, poi sarei tornata in quella piazza sull’altura, l’unico punto fermo, forse, di tutto quel girare, ma chissà avrei potuto non trovare più il tavolo, le signore sedute. Per questo ho risposto no, grazie alla donna bruna, bella, che -dovevo aver parlato a alta voce, al cellulare – invitava il suo uomo a accompagnarmi nel giro. Che quello fosse il suo compagno lo sapevo perchè io li conoscevo, li avevo visti in un blog che frequento, lei di persona era ancora più bella. Lui uguale, più magro, sembrava un personaggio di un romanzo di uno scrittore russo dell’ottocento o un greco di Salonicco. Era stato mio compagno in un’altra disavventura, a Roma, non di grande aiuto quella volta . Dopo pochi passi mi sono fermata perchè il paesaggio era diventato bellissimo, si era ulteriormente allargato, ora davanti a noi, oltre un terrazzo, si vedevano i tetti delle abitazioni sottostanti. Un paesaggio mediterraneo, ma stavamo (stavano) a Firenze, con pietre bianche intarsiate come merletti, e campanili tondi come minareti. Ho ricacciato, per vergogna, la voglia di fare fotografie, non mi pareva il caso, anche se mi sentivo più sollevata, in un angolo della tasca del cappotto, avevo ritrovato le chiavi della macchina, quanto meno non avevo responsabilità morali, ma non ero sicura di averla chiusa, e m’immaginavo il furfante mentre incrociava i fili, cosa che io non saprei manco fare, tra l’altro. Il mio silenzioso accompagnatore, intanto, scendeva sulle chianche verdi della stradina, coperte di verderame scivoloso, fiancheggiata da muri alti, verdastri pure quelli. Giù in fondo alla via un prato acquitrinoso sbarrava il passaggio, per procedere oltre bisognava raggiungere un muretto che circondava quella palude, camminando perimetralmente sui sassi messi di traverso sotto il muro. Lui saltava, su quelle pietre con grande agilità, mentre io arrancavo a gattoni e aveva raggiunto lo stretto corridoio sotto il muro che a quel punto appariva invalicabile, purtroppo dovevamo tornare indietro. Non potevamo andare oltre, c’era il filo spinato e quelle pietre non formavano un muro, ma lapidi. Era un vecchio cimitero di guerra, di quelli improvvisati per la degna sepoltura, ma davanti a quelle tombe invece di lumini e fiori di plastica erano allineati dagherrotipi, macchine da scrivere di ferro, rotative e ciclostili che il mio compagno, chissà come aveva messo in funzione, e ora sputavano fotografie e volantini, che il mio compagno afferrava velocemente, prima che cadessero nella palude. Un archivio impressionante che forse si era stato acceso altre volte,magari per occasionali visite, come la nostra, ma che ora stava per tacere per sempre. Il mio compagno, come se non avesse fatto altro nella vita, aveva raccolto tutto quel materiale, lo stringeva contro il cappotto e mi aspettava mentre io cercavo di restare in equilibrio camminando a ritroso. Quei ferri vecchi ora tacevano, solo una rotativa ha buttato fuori un ultimo volantino con l’immagine di un uomo con gli occhi chiari e un gran sorriso: Chico Buarque.
Hai capito?, ho gridato verso il mio amico, hai capito? Chico Buarque. E a quel punto lui, il mio compagno, ha finalmente sorriso, ha chinato la testa, ha sollevato trionfalmente il materiale raccolto
Sì ho capito, ha detto, ho capito.

Ho avuto la mia visione

E poi oltre il colore c’era la forma. Quando guardava, vedeva tutto in modo chiaro,netto; ma quando prendeva in mano il pennello, le cose cambiavano. Nel battito d’ala tra la visione e il quadro si impadronivano di lei dei demoni che spesso la portavano alle lacrime e rendevano il passaggio dal concepimento all’opera tremendo, com’è tremendo per un bambino un corridoio scuro. Così si sentiva a volte -in lotta contro il rischio terrificante di perdersi d’animo. Doveva dirsi: “Ma questo è quello che vedo,quello che vedo è questo”,e tenersi stretto al cuore un patetico resto di visione, che mille forze cercavano di strapparle.
[...]
Si voltò verso la tela. Eccolo -il suo quadro -. Sì, con i verdi e gli azzurri, le linee che correvano in alto e di traverso, la volontà di qualcosa. L’avrebbero appeso in soffitta, pensò; forse distrutto. Ma che importava? si chiese, prendendo di nuovo in mano il pennello. Guardò i gradini; erano vuoti. Guardò la tela; era confusa. Con intensità repentina, come se per un istante tutto le apparisse chiaro, tirò una linea lì, nel centro. Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.

Di sasso in sasso…

Prendendo in prestito le parole di Irene Papas , anch’io come lei procedo sulla strada della mia vita lanciando un sasso e poi camminando fin dove il sasso è arrivato. Per poi lanciarlo ancora e ancora. Non guardo l’orizzonte perchè è solo un’illusione degli occhi, guardo dove cade il sasso e ci arrivo.

[C'è pure il detto popolare, che mi piace molto, me lo ripeteva sempre -come fanno i vecchi- il nonno, dovunque arrivi, pianta un ramoscello ...niente sassi, si segna il punto d'arrivo, con un tenero arbusto, pronti a restare, se sviluppa radici, o a ripartire e piantare altri ramoscelli. Con le mani nude, fin dove arriva lo sguardo e alle spalle una foresta]

Prendersi il tempo

Clic, ho cancellato tutti i cinquanta e passa post che già si sono accumulati su google reader, non ce la faccio più a leggere tutto, di tante parole resta la certezza di aver perso tempo. Per fortuna mi sono rimasti pochi link. Mi mancano quelle belle e brutte conversazioni reali, altro che la scrittura/lettura dei post. Anche l’occhio vuole la sua parte, ha bisogno di guardarsi intorno, guardare facce, non faccine, vedere la noia, lo sguardo furbetto, quello che ci prova, altro che le belle parole, esibite in pagine più o meno eleganti. Per dire, preferisco essere antipatica (snob) di persona che per il template cachemere.
Intanto, dai ti scrivo una mail, ci vediamo su skype…però, poi penso, non è così diverso dall’incontrarsi in un locale (e mi ricordo ancora quelli fumosi, e la sensazione, a fine nottata, di aver perso un giorno), o in una piazza, seppure l’occhio ecc ecc, non è questione di luoghi e di lanterne.
Forse mancano proprio le storie, ci è rimasta solo la fatica e la delusione, così non c’è più niente da raccontare. E non so manco come le voglio queste storie, se difficilmente finisco di leggere i libri che compro. Non hai un progetto, più o meno suona così, mi hai detto, fai la vecchia, hai aggiunto, cercando di pungere la carne viva.
Può essere, ho pensato, perchè poi e alla faccia delle conversazioni reali, resto zitta, infine l’unico progetto seguito e curato è stato quello dei figli, e ora che sono andati via ti lagni come tutte, con la differenza che quelle, le altre, ora sono impegnate con i corsi di ballo, il burraco, le crociere e facebook. Va così, mia cara, sei tu che hai preso l’abitudine di fare scelte impegnative ogni decina d’anni, diciamo meglio, se le rinvio ogni dieci anni. Hai visto? ci sono le storie da raccontare, da vivere, non puoi più continuare a ripeterti solo quella della principessa che continuava a prendere tempo.

And I don’t see no confusion anywhere

Pensavo, dopo il sogno di stanotte, che non mi sono mai esibita su un palco, ma anche seduta su uno sgabello, per dire. Da bambina o appena adolescente, sì, come tutti, alle recite scolastische, soprattutto sugli scalini o sulla sedia. L’esibizione, in genere, seguiva i festival: Sanremo, Castrocaro, Un disco per l’estaste, la mazza della scopa fungeva da microfono. Eseguivo canzoni a richiesta, Little Tony per le zie, Joe Sentieri per mia mamma, la Cinguetti per le vicine di casa. Antoine non me lo chiedeva nessuno, perchè non avevo l’aria a la garçonne, ça va sans dire, mia mamma mi acconciava i capelli a non ho l’età. Non erano i miei cantanti preferiti, tanto meno la musica che mi piaceva, ma bastava rassomigliare a qualcuno visto in televisione o sui rotocalchi e diventavi -Angela, la figlia di… quella che si somiglia a…- una specie di valore aggiunto, un segno particolare da aggiungere all’identità.
Al liceo che ho frequentato, nessuno era interessato a formare “gruppi”, chè band non si diceva ancora, le ragazze di buona famiglia suonavano il pianoforte. La musica si ascoltava dai giradischi e poi si commentava, si ostentava la conoscenza di questo o di quella, ma non s’interpretava nessuno, nemmeno per gioco.
Negli anni successivi, all’università, pur non mancando palchi e panchetti, si pensava ad altro, la politica era una cosa seria, le parole solo quelle dei cantautori accreditati.
Al giardino, ogni tanto, Piero arrivava con la chitarra, si cantava il repertorio di lotta, non erano tempi da interpretazione individuale, da canzonette leggere, bastava non stonare nel coro. Quelli più intraprendenti avevano imparato a suonare il sassofono o la tromba e facevano il jazz.
L’esibizione canora si fece privata, davanti allo specchio, e Lillì Marlen, bella più che mai, sorride e non ti dice la sua età
E poi basta, malgrado gli anni ’80, nemnmeno il karaoke ai festini privati, però ho continuato a assomigliare ora a questa ora a quello, persino a Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers, per esempio, abbiamo portato lo stesso colore e taglio di capelli, come mi fece notare -ai tempi di Californication- uno studente delle medie.
Peccato, mi ripeto, guardando un video su youtube, in tutti questi anni non ho mai pensato di imparare a suonare, dicono sia facile Chiunque può suonare la chitarra e non sarà più una nullità, io sono pigra.
Oh, a dirla tutta, non credo che i sogni son desideri, considerato che non mi è mai importato di salire su un palco per cantare, tantomeno per suonare la chitarra, non sono così disinvolta, caso mai -e se proprio insisti-, posso suonare la batteria.

True


Quante sciocchezze si possono scrivere in un anno? quante ne rimangono nella stanchezza della giornata conclusa. Si salvano poche riflessioni, manifestazioni fantasiose emerse dall’abitudine, dalla diffidenza, e ti compiaci a rileggerle, un numero sufficiente per stare in una raccolta con il nastrino da conservare in una piccola scatola, in fondo a un cassetto. Semmai, mentre cancello, affiora tutto il non detto, i pensieri solo accennati, le autocensure – ma chi sono io per dire, pensare certe cose? -
L’amicizia sincera, Gesù! Il sentimento è sincero, ma la sincerità va tenuta a bada, perchè gli altri non te la chiedono. Cercassero franchezza non ci sarebbe bisogno di raccontargliela. Le relazione si muovono tra il non detto e il ritrattato, – dai, stavo scherzando -

Lunghi periodi

Con le frasi lunghe lo scrittore ci porta con sé, ci costringe a seguirlo “oltre il noto, il normale, il prevedibile, lontano dalla costa, in profondità e misteri dove non riesci a far approdare la tua mente, e spesso nemmeno le tue parole.”
… la frase lunga, con il tempo che richiede, rallenta i ritmi, fa riaprire la porta della quiete e della riflessione, lì dove lo spazio si apre e appaiono nuove prospettive. Per chi legge e per chi scrive.

Tra la stupidità e la pazzia

…Perché una volta che avete cominciato, – predicava, – non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. Se fotografate Pierluca mentre fa il castello di sabbia, non c’è ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello è crollato, e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia. Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

- Per chi vuole recuperare tutto ciò che passa sotto i suoi occhi, – spiegava Antonino anche se nessuno lo stava più a sentire, – l’unico modo d’agire con coerenza è di scattare almeno una foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che nulla resti escluso. Se mi mettessi a fotografare io, andrei fino in fondo su questa strada, a costo di perderci la ragione. Voi invece pretendete ancora di esercitare una scelta. Ma quale? Una scelta in senso idillico, apologetico, di consolazione, di pace con la natura la nazione i parenti. Non è soltanto una scelta fotografica, la vostra; è una scelta di vita, che vi porta a escludere i contrasti drammatici, i nodi delle contraddizioni, le grandi tensioni della volontà, della passione, dell’avversione. Così credete di salvarvi dalla follia, ma cadete nella mediocrità, nell’ebetudine.

Questo brano è tratto da L’avventura di un fotografo, Gli amori difficili di Italo Calvino, 1970, mi è tornato in mente dopo aver letto su corriere.it, quest’articolo di Nathan Jurgenson

Il fotografo sa bene che dopo aver fatto molti scatti acquista un «occhio fotografico»: si comincia a vedere la realtà attraverso un mirino, a ragionare con la logica della macchina fotografica, in termini di inquadratura, luce, profondità di campo, messa a fuoco, movimento e così via. Anche senza avere la macchina a portata dimano, il mondo si trasforma in un potenziale set fotografico.
Oggi c’è il pericolo di acquisire un «occhio da Facebook»: il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook fissa sempre il presente come un passato futuro. Con questo voglio dire che gli utenti dei social media sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri. Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?